Dark Night: Tim Sutton ci racconta la strage alla prima dell’ultimo Batman di Nolan

Il 6 febbraio scorso, eccezionalmente proiettato nella sede romana dell’ANICA, abbiamo potuto vedere in anteprima Dark Night. Terzo film di Tim Sutton, presentato al Sundance Film Festival, ha vinto il premio Lanterna magica al Festival del cinema di Venezia del 2016, premio assegnato alla pellicola più vicina al mondo giovanile. Ora la vostra domanda sarà: ma cosa c’entrano i ragazzi di C4 Comic con il film di un cineasta impegnato? Questo film tratta un argomento molto caro a noi nerd che, soprattutto i ragazzi nati a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, si sono sentiti ripetere per tutta la vita: i videogiochi e i film violenti fanno diventare persone violente. Ovviamente si tratta di una semplificazione, vista la vastità dei temi trattati. Il film parte da un fatto di cronaca terribile, risalente al 2012. La sera dell’anteprima del film The Dark Knight Rises, ultimo della trilogia di Nolan dedicata al cavaliere oscuro, un ragazzo fece irruzione in un cinema del Colorado, uccidendo 12 persone e ferendone 70.

Nel film le storie dei sei protagonisti si intrecciano in un turbinio di suoni ipnotici, dal rumore del gatto che fa le fusa, agli scatti che fanno le armi di uno dei protagonisti mentre le pulisce, catturando l’attenzione dello spettatore. I temi che vengono affrontati in quest’opera sono appunto la sempiterna questione delle armi in America e il grave disagio giovanile, ormai caratteristico di quel Paese. È proprio la condizione dei giovani americani, come viene presentata nel film, a far capire come siamo indietro rispetto agli Stati Uniti, per una volta fortunatamente. In tutto questo come nella strage del liceo Columbine del 1999, raccontata nel film Elephant di Gus Van Sant, torna anche il tema della violenza nei videogiochi (Doom per quanto riguarda i fatti del ‘99) e nei film, che rischierebbe di plagiare le giovani menti degli spettatori. Questo film fa capire in maniera inequivocabile che queste tragedie in realtà sono una miscela esplosiva e casuale di tutti gli elementi di cui abbiamo appena parlato e che soprattutto il caso fa gran parte del lavoro. Il regista sottolinea l’importanza della sorte scomponendo l’identikit del killer, andando ad attribuire a tutti i personaggi una delle caratteristiche del ragazzo, che vennero narrate dalla cronaca nei giorni successivi alla strage.

Inutile nascondere che si tratta di un film complesso, ricco di pause e di silenzi che lo rendono senza ombra di dubbio un film lento. Ma è necessariamente un male? In questo caso no. Non si tratta di una storia lineare, ma di un collage delle vite dei sei ragazzi nelle ore immediatamente precedenti al fatto. Le lunghe pause consentono allo spettatore di riflettere su quello che sta vedendo e di coglierne il senso. Ci troviamo di fronte a un opera che non può accettare uno spettatore passivo, ma ha bisogno di uno spettatore attivo che rifletta con attenzione sulle immagini che vede. Dopotutto ci siamo ingoiati 6 stagioni di Lost senza battere ciglio e quindi ce la possiamo fare a resistere un’ora e mezza al cinema, cercando di tenere acceso il cervello.

Noman Al Ani

Figlio di due fricchettoni che, durante l'infanzia lo hanno rimpinzato di libri e trascinato in giro per mostre di pittori Uzbeki. Da li ad amare il fumetto il passo è stato breve. Tuttora il suo sogno più grande è diventare uno Jedi.

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