Autunno rosso Predator: ecco le nostre impressioni

Si sta come
d’autunno
sugli alberi
i Predator.

AUTUNNO PREDATOR

E’ decisamente un bel momento per essere appassionati di Yautja. Dopo aver (ri)proposto l’anno scorso l’Alienverso in Italia, saldaPress  rincara la dose e riporta trionfalmente alla ribalta la controparte fumettistica dei cacciatori alieni; tutto questo in contemporanea con il lancio nelle sale del nuovo film del grande Shane Black, ahimé rivelatosi ampiamente rimaneggiato dalla Fox tra tagli selvaggi e reshooting frettolosi. Ma torniamo ai fumetti e andiamo per ordine.

PREDATOR SPECIALE 30 ANNI ANNIVERSARIO

Una volta, prima di internet, si usava molto di più l’immaginazione. Quando usciva un grande film di genere al cinema (ovvero di grossa portata popolare, tanto da segnare l’immaginario di milioni di spettatori) potevano passare anni prima di un possibile seguito e in quel lasso di tempo gli appassionati immaginavano arditi prosegui e sviluppi di storie potenzialmente infiniti. Le storie a fumetti erano quindi ottimi tappabuchi narrativi, assai stimolanti nell’alimentare speranze, spunti e cosmogonie variegate (si pensi a Star Wars, su tutte,  ma anche Terminator o Robocop…)

In questo senso i film di Alien e Predator sono esemplari e un autore in particolare, Mark Verheiden, fu il responsabile che alla Dark Horse traghettò le due saghe sulla carta stampata con ipotetici seguiti delle fortunate pellicole. Le opere di Ridley Scott (1979) e James Cameron (1986) erano tanto differenti tra loro per ritmo e modalità narrative quanto perfettamente calate in unico universo riconoscibile per entrambe. Verheiden con Aliens ha quindi diligentemente (e brillantemente) “fatto i compiti”, approcciandosi all’universo degli xenomorfi con la “dovuta” seriosità e gravosità.

Con Predator invece, forte di una sola e recentissima pellicola alle spalle, lo scrittore si diverte e lascia andare molto di più, sfornando una serie che frulla senza pudori l’action e l’horror in voga ai tempi, per il suo e nostro sollazzo. Tre storie divise fra l’88, il ’90 e il ’96 che vedono protagonista il maggiore “Shaef” Shaefer (non sapremo mai il nome di battesimo) fratello cartaceo di quel Dutch Shaefer interpretato da Arnold Schwarzenegger, protagonista del primo fondamentale Predator dell’87 . Come lui (e più di lui) sbruffone, auto ironico e fisicamente imponente  ma anche assai più cinico e iracondo, Shaef si  ritroverà per ben tre volte faccia a faccia con i cacciatori alieni, bramoso di scoprire la verità sul destino del fratello e impulsivo ai limiti del suicidio.

Verheiden riprende inoltre dal film capostipite il personaggio dell’ambiguo Generale Phillips rendendolo un elemento chiave nelle tre vicende… dopodiché incomincia a giocare a suo piacimento. Tre storie semplici, tre avventure che contribuiscono ad alimentare il mito del temibile alieno, raccontandone nuove caratteristiche e peculiarità ma lasciando la giusta dose di mistero. Si parte con la seminale Giungla di Cemento, in una torrida New York dilaniata da guerriglie urbane fra bande di spacciatori e narcotrafficanti (con un ritorno lampo alla giungla del primo film); l’azione si sposterà poi nelle nevi della Siberia in Guerra Fredda (ambientazione assai inusuale per gli Yautja) dove l’esercito sovietico e i servizi segreti americani si contendono tecnologia extraterrestre in seguito all’arrivo di una navicella aliena; infine si torna, con Fiume Oscuro, alla più classica e archetipica battaglia tribale tra l’Uomo e l’Alieno  nell’afosa giungla sudamericana.

Il tutto condito da amicizia virile (il rapporto da buddy cop comedy con Rasche, il sodale collega del protagonista) donne bellissime, vili uomini di potere e oscuri segreti.

Ah, e  invasioni aliene e ultraviolenza, of course.

Ma come risultano questi fumetti a distanza di 30 anni (e poco meno)?

Sono storie che hanno anticipato e largamente influenzato la mitologia dell’Alieno Cacciatore come lo conosciamo oggi.

Nel caso specifico di Giungla di Cemento, come racconta Verheiden nella postfazione al volume, diversi spunti e atmosfere sarebbero state usate in quel Predator 2 del 1990 , ancora oggi troppo sottovalutato. L’ambientazione urbana, le guerre fra gang, la sparatoria in metropolitana, il turpiloquio esasperato sono tutti elementi finiti nel secondo capitolo cinematografico del buon Stephen Hopkins.

E, a proposito di turpiloquio esasperato, sono storie dove si leggono ad un ritmo sostenutissimo raffiche di battute come:

“Bel colpo amico…ma avrei una domanda… hai un coltello nel petto o sei solo contento di vedermi?”

“Conosco Shaefer. La sua assicurazione copre la automobili che gli vanno a finire addosso.”

“A Sting sarebbe venuto un colpo alla notizia di un’intera tribù sterminata, ma, ehi… c’est la vie, cazzo!”

Una lettura divertente che fa provare nostalgia verso un certo cinema action testosteronico, rozzo e auto ironico come non si fa più, quello di gente come Mark Lester, Craig R. Baxley, Mark Goldblatt o il primo Renny Harlin:  l’impronta è  insomma sapientemente rude e sarcastica, sboccata, e, per chi ama il genere, assai avvincente. Graficamente (e non solo) la migliore del lotto è proprio Giungla di cemento, dove Chris Warner è affiancato da Ron Randall e ci regala tavole dal sapore semplice e accattivante, di brutale efficacia.

La seconda e terza storia vedono il solo Randall ai disegni, i quali risultano forse un po’ più figli della loro epoca, soprattutto in Fiume Oscuro dove è evidente l’influenza del “tratto Image” imperante in quegli anni. L’artista fa comunque un onesto e solido lavoro: dopotutto, come asserisce lo stesso Verheiden nella postfazione del volume, “Ron è stato abilissimo a immortalare sia scene d’azione che donne assolutamente stupende… sempre pronto ad affrontare tutte le sfide che gli lanciavo… e gliene ho lanciate parecchie!” Un gioco al rilancio e una scommessa vinta. Un bellissimo volume da libreria, arricchito da un’interessante prefazione di Chris Warner e dalla postfazione dello stesso Verheiden.

PREDATOR – HUNTERS

Il buon Chris Warner torna unicamente in veste di scrittore rilanciando alla grande il cacciatore alieno e imbastendo una trama semplice e galvanizzante: rimette in scena il caporale di sangue navajo Enoch Nakai, già protagonista della storica miniserie Big Game del grande John Arcudi datata 1991 (che sarebbe bellissimo vedere ristampata degnamente) e lo affianca ad un gruppo di combattenti sopravvissuti a precedenti scontri con la temibile razza aliena.

Tra piccoli colpi di scena che movimentano piacevolmente la lettura e personaggi egregiamente stereotipati (il vigliacco razzista, la rude e affascinante donna guerriera) Warner arriva addirittura a citare brillantemente (e ci piace pensare consapevolmente) il finale di Deliverance (Un tranquillo weekend di paura) già dopo poche pagine dall’inizio della miniserie. Ai disegni un talento come Francisco Luiz Velasco dal tratto molto dinamico e ultramoderno: già ottimo storyboarder e conceptual artist per Hollywood (Pacific Rim e Thor Ragnarok per fare solo due esempi) dà il suo meglio nelle concitate sequenze d’azione e soprattutto nello splendido design delle armature dei Predator…

Dopo aver letto i primi due spillati (il numero uno è disponibile anche con 2 copertine variant a tiratura limitata) rimaniamo in trepidante attesa della conclusione in uscita a Novembre. A quanto pare sarà la prima parte di una potenziale trilogia annunciata da Warner (il secondo tassello è attualmente in lavorazione). Dopotutto, come ci ha raccontato lo stesso Chris, la sfida più grande e intrigante come autore è immaginare contesti storico-ambientali sempre diversi dove poter calare gli Yautja…

PREDATOR: LIFE AND DEATH

Primo capitolo di Life and Death, sequel dell’ottimo Fire and Stone, progetto a più mani che coinvolgeva e collegava gli universi narrativi di Aliens, Predator, Aliens v Predator e Prometheus, si presenta come un nuova epopea entusiasmante orchestrata stavolta da un solo, grande, autore: il veterano Dan Abnett. L’autore inglese, ormai da anni in solitaria dopo il fortunato e consolidato team artistico con Andy Lanning, è abilissimo ad “apparecchiare” il sequel, sviluppando un primo capitolo (di quattro) ambientato circa un anno dopo gli eventi di Fire and Stone. E lo fa scegliendo di partire proprio con i temibili Yautja sviluppando una trama tanto semplice quanto elettrizzante: l’apparente missione di routine di un manipolo di marine coloniali sul planetoide LV-797 viene sconvolta dal ritrovamento di una misteriosa nave a forma di ferro di cavallo che fa gola anche a un gruppo di feroci cacciatori alieni…

Abnett mixa con grande abilità le atmosfere di Aliens di James Cameron (la presenza dei marine coloniali, le relazioni tra loro, gli scontri col bieco rappresentante di turno della Weyland-Yutani) e l’approccio del primo Predator dell’87, riportando di nuovo protagonista la componente horror da anni un po’ svanita nelle storie degli Yautja, a favore dell’aspetto puramente sci-fi/action.

Ai disegni l’efficace Brian Albert Thies, talento americano già autore di svariati numeri di Star Wars Legacy, dal tratto scuro, affilato ed energico. Ottimi dialoghi, senso del pericolo incombente e splendidi presupposti narrativi. Siamo pronti ad affrontare l’abisso.

CONCLUSIONI

Un autunno roboante. È decisamente un bel periodo per essere appassionati di Yautja.

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