La “trilogia lovecraftiana” di Alan Moore: le nostre impressioni sul viaggio nell’orrore cosmico

Non è morto ciò che può vivere in eterno,
E in strani eoni anche la morte può morire.

UNA BREVE PREMESSA

È impossibile parlare di questo corpo letterario considerando ogni opera come racconto a sé stante, perché sebbene da un lato queste siano in effetti storie separate, sono collegate al tempo stesso da un esile filo che rivela l’importanza delle prime due opere esclusivamente nel finale dell’ultima opera. Pertanto, sebbene la mia intenzione iniziale fosse quella di parlarvi solo di Providence, l’opera finale in questione, nonché la più impressionante di questo trittico, è opportuno che non vi nasconda quanto, al fine di poter apprezzare al meglio il quadro narrativo composto da Alan Moore, sia fondamentale la lettura dei due racconti che fungono da prequel e sequel. Stabilita quindi tale innegabile necessità, prima di procedere nell’analisi dell’opera vi è un’ultima questione che è opportuno chiarire.

L’ORRORE INENARRABILE

Il dinamico duo costituito da Alan Moore e Jacen Burrows ci regala un’esperienza narrativa che, com’è facile intendere, trae volutamente spunto a piene mani dall’immaginario di H.P. Lovecraft, cercando di dar forma e fattezze all’indescrivibile orrore cosmico che è ben già noto ai lettori dello scrittore americano. Tali mostruosità, sfuggendo di norma alla comprensione umana, hanno lo scopo di suscitare un tipo di orrore particolare, basato sull’indefinito e l’ignoto. Ciò su cui si concentra Moore, nella realizzazione della sua opera, è per l’appunto il suscitare tali emozioni, provocare il disagio derivato dall’incomprensibile follia a cui il lettore assiste, più che concentrarsi sulla mera iconografia di cui molti successori di Lovecraft hanno semplicemente abusato. Il talento dimostrato da Lovecraft nei suoi migliori racconti non consiste tanto nell’inquietare con la semplice descrizione del mostro, quanto nel suscitare orrore tramite atmosfere e sensazioni, ove il “mostro” è solo un mezzo per catalizzare tale orrore.

Là dove molti successori di Lovecraft hanno fallito, dando una definizione precisa a ciò che doveva rimanere intellegibile, Moore eccelle, ricreando a pieno, tramite un approccio unico, quel che Lovecraft poteva solo raccontare a parole, andando oltre i limiti del semplice verbo, aiutato dal potere del fumetto. Alan Moore si rapporta nei confronti di Lovecraft come un eccellente studioso, che fa sua la lezione del maestro, dando prova di una straordinaria abilità sincretica nel raccontare l’orrore tramite quelle atmosfere care allo scrittore della cittadina di Providence.

Detto ciò, a parlare di storie dell’orrore si sfocia volente o nolente in una sfera legata in modo indissolubile alla sensibilità del lettore, e in questo caso, a colui che vi scrive. L’orrore è una risposta emotiva che scaturisce da una gamma variegata di emozioni e sensazioni, e mentre per taluni è più facile essere inclini al terrore provocato da un certo tipo di contesto, è possibile che altri restino impassibili. Se il brivido che cercate si limita al dozzinale jump-scare provocato dall’improvvisa apparizione di un orrendo sgorbio sullo schermo, qua non troverete l’opinione di un lettore a voi affine. Ma se apprezzate l’orrore che deriva dal disgusto, dal macabro e lo sconosciuto, se vi piace poter solleticare le corde del vostro animo con quell’inquietudine ancestrale derivata dal timore verso l’ignoto, in un’era in cui quest’ultimo è sempre più ridotto all’osso grazie al potere dei mezzi d’informazione (i quali, tuttavia, in mano a malintenzionati, vengono opinabilmente usati purtroppo per alimentare quelle paure derivate dall’ignoranza), in questa trilogia troverete pane per i vostri denti.

IL CORTILE, UN HORROR CLASSICHEGGIANTE

Parliamo quindi del primo racconto.

Il Cortile, (in originale The Courtyard) basato su un racconto in prosa di Moore scritto nel ‘94 ed adattato in fumetto da Antony Johnston e Jacen Burrows, narra la storia del detective Aldo Sax, agente dell’FBI, il quale, usando un approccio investigativo che egli chiama “Teoria dell’Anomalia”, indaga su tre casi di omicidi dall’aspetto rituale compiuti in giro per l’America, apparentemente non collegati tra loro, ma correlati per circostanze. Le sue indagini lo conducono in un nightclub a Red Hook, a Brooklyn, dove quest’ultimo scopre l’esistenza di una particolare sostanza psicoattiva nota come Aklo, che viene spacciata da un individuo misterioso che si fa chiamare Johnny Carcosa, che si presenta con parte del volto coperto da un pezzo di stoffa. Quel che accade da qui in poi sfocia in qualcosa di inatteso, imprevisto, e decisamente inquietante, che non mi è concesso descrivervi. Pur mantenendo dei toni molto meno impressionanti rispetto a quel che seguirà, risulta innegabile l’omaggio reso a Lovecraft nella stesura di questo racconto.

NEONOMICON, L’ORRORE ESPLICITO

Molto più disturbante ed esplicito è il racconto pubblicato in seguito, chiamato Neonomicon. In questa storia, gli agenti dell’FBI Lamper e Brears vanno a visitare Aldo Sax, il quale, in seguito agli eventi accaduti nel Cortile, è stato internato in un ospedale psichiatrico. Mentre i due agenti indagano su alcuni omicidi perpetrati all’apparenza da quelli che vengono ritenuti emuli di Sax, cercando di scoprire cosa abbia indotto quest’ultimo a fare ciò che ha compiuto, Sax risponde loro usando un linguaggio incomprensibile. Dopo aver preso nota delle indagini che Sax stava effettuando tramite il suo diario, Lamper e Brears decidono di rintracciare Johnny Carcosa, e, dopo aver rinvenuto un bizzarro set di aggeggi sessuali in casa di quest’ultimo, i due agenti vanno ad indagare nel negozio dal quale provengono questi strumenti. Da questo punto in poi, l’indagine passa ad una nota più grottesca, esplicita, e conseguentemente, inadatta a chi dovesse essere facilmente impressionabile. Pur sottolineando quanto questa storia sia decisamente migliore rispetto alla prima, seppur meno ispirata a Lovecraft nel modo di raccontare, va segnalato che questa storia è assolutamente inadatta ad un pubblico non maturo.

PROVIDENCE, UN VIAGGIO NELLE ORIGINI DELL’ORRORE

Dulcis in fundo, l’opera più importante.

Providence, opera in dodici albi (raccolti da Panini in tre volumi), è una storia raccontata decenni prima degli avvenimenti sopra menzionati. Il protagonista è Robert Black, un giornalista newyorkese omosessuale di origini ebraiche, uomo di mondo, pragmatico, creato per essere in netto contrasto con quello che fu invece il vero H.P Lovecraft, un uomo che, sebbene dotato di un discreto talento narrativo, era contaminato da un bislacco conservatorismo, e un amore per l’arcaico che risultava anomalo perfino per i suoi contemporanei all’epoca. Moore delinea volutamente un contrasto caratteriale, per raccontare qualcosa che ingloba la poetica di Lovecraft, e la rielabora, adattandola a un contesto moderno, senza togliere nulla alla sua essenza. Se da un lato è un modo sottile di scostarsi da alcune posizioni di Lovecraft, dall’altro è un modo eccezionale di esprimere stima per l’inventiva dell’autore americano.

In contrasto con Il Cortile e Neonomicon, la storia di Robert Black parte da una premessa molto meno pulp dei suoi predecessori: il protagonista infatti, ha inizialmente il semplice obiettivo di studiare quali siano le leggende e i miti del folklore americano scevro dalle influenze del Vecchio mondo, al fine di creare un’antologia di questi racconti realmente autoctoni, al pari di un novello Charles Perrault con le sue celebri fiabe. Durante questa sua ricerca, Robert cerca di affrontare anche una recente perdita personale che ha sofferto, ossia la morte di tale Lily, con cui il giovane ha intrattenuto una relazione conclusasi con il suicido dell’amante. Mentre Black svolge queste ricerche, andando in giro per l’America degli anni ‘20, s’imbatte, di volta in volta, in fenomeni sempre più strani, inquietanti e disturbanti, accomunati da una sorta di inevitabile crescendo.

Per chi ha già confidenza con i racconti di Lovecraft, sarà facile notare come molti degli avvenimenti in questione ricordino, per un verso o per l’altro, alcune storie che possono

facilmente essere riconosciute. Da “La ricerca onirica dello sconosciuto Kadath” a “Il modello di Pickman”, passando per “L’Ombra su Innsmouth” e via discorrendo, Moore mostra un amalgama di costanti riferimenti all’opera omnia di Lovecraft, pur non usando citazioni necessariamente esplicite. Ciò che invece ci viene reso in modo chiaro, passando da un orrore all’altro, sono le reazioni di Black.

Il giornalista, infatti, è il personaggio che più di ogni altro viene esplorato durante il racconto, mostrando le sue genuine reazioni durante l’azione scenica, mostrandoci poi, al tempo stesso, come egli abbia razionalizzato tali eventi grazie alle pagine conclusive presenti alla fine di gran parte degli albi di Providence, dove ci vengono mostrate le annotazioni che Robert trascrive sul suo diario. Abbiamo così modo di esporci ad un tipo di narrazione doppia, che da un lato esplora la psiche di Robert Black in modo intimo, mentre dall’altro racconta l’orrore dal punto di vista del protagonista, rifacendosi ad un leitmotiv tipico di molti dei racconti di Lovecraft.

Giunti al culmine, l’opera che inizia come un omaggio referenziale a Lovecraft si tramuta in qualcosa di totalmente inquietante e malato verso la conclusione del decimo capitolo, dando sfogo infine all’orrore genuino che Moore ha costruito un pezzo alla volta nel corso di Providence. Quel che segue da lì in poi è difficilmente descrivibile, nonostante il talento di Jacen Burrows nell’esprimere il suo immaginario tramite tavole impressionanti. Nel rush finale, come detto all’inizio di questa recensione, l’ultimo arco della storia si lega e conclude quelle storie che hanno preceduto la realizzazione di Providence. Ciò che accade infine, sebbene non sia assolutamente scontato, può anche non lasciar soddisfatti coloro che pretendono un lieto fine a tutti i costi, ma rispecchia pienamente il tipo di storie da cui trae spunto, e a cui quest’opera si è sempre rifatta dalla concezione stessa. Nel pieno della tradizione lovecraftiana del narrare l’inenarrabile, Providence di Alan Moore e Jacen Burrows riesce perfettamente a compiere tale impresa con il fumetto.

Ridam Rahman

Celebre scrittore di fama locale, nonché modesto megalomane. Attingendo alle forze dell'occulto ha ottenuto il titolo di dottore in Informatica alla Sapienza. Nel tempo libero adora leggere libri e fumetti, guardare film e serie tv, e giocare ai videogiochi. Ogni tanto si cimenta nella scrittura di racconti; ancor più di rado prova a dedicarsi allo sviluppo di videogiochi. La sua passione segreta è scrivere di sé in terza persona.

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