(Ri)leggere The Boys, in occasione dell’uscita della serie tv

“Il superpotere è il potere più pericoloso della Terra. Sono ogni giorno di più e prima o poi apriranno gli occhi. Se puoi schivare un proiettile o essere più veloce dei tachioni o nuotare attraverso il Sole, hai cose migliori da fare che salvare il mondo per la duecentesima fottuta volta. Un giorno ti accorgerai che quello a cui sei invulnerabile è la tua umanità. E allora che Dio ci aiuti.”

In occasione dell’uscita della serie su Amazon Prime Video, abbiamo riletto The Boys tutta d’un fiato, o quasi.
E qual è la sensazione, quale il bilancio a 13 anni della sua prima uscita? Garth Ennis è uno dei più grandi scrittori di fumetti in circolazione, lo abbiamo detto e ribadito. E The Boys è un capolavoro. Potrebbe bastare?

I Boys

Ok, forse no. E a fronte di tutto ciò che è stato scritto e sviscerato sulla controversa opera fin dal 2006 quando infiammò gli scaffali delle fumetterie, forse non rimane ancora molto altro da aggiungere. O forse sì.

Questa non vuole essere una recensione o l’ennesima analisi (comunque limitante) sulla destrutturazione del mito supereroistico da parte dell’autore irlandese. Piuttosto una sentita apologia dell’opera, forte di un rinnovato stupore post-lettura. Una volta per tutte: The Boys non è (solo) “l’ennesimo esercizio sull’esasperazione” di Ennis (come alcuni scrissero all’epoca) o semplice e chiassoso divertimento sovversivo, né l’ennesima riproposizione derivativa e stanca di tematiche già affrontate da altri Maestri britannici in capisaldi della Nona Arte (Watchmen, Martial Law, Authority…).

La cover originale del numero #59 della serie Dynamite.

Quello che colpisce rileggendo l’opera nella sua interezza è la perfetta regia dello scrittore Irlandese che veicola la sua visione feroce sulla natura umana: un utilizzo del medium fumetto che riesce (ancora) a stordire.

Per un sacco di motivi.

Per l’abilità nel narrare per immagini, i tagli che sceglie per raccontare personalità, individui, mondi. Per la spietata lucidità con cui porta avanti i percorsi dei protagonisti, con i loro difetti e imperfezioni (i “Boys” ma anche “i Sette” e i comprimari tutti) e l’abilità nel definirli con l’implacabile progredire degli eventi.

Per come disvela la sua matrice di fumetto cool e irriverente per arrivare a parlare di persone e non di personaggi. Per come usa lo sberleffo per poi colpire dove fa più male. Con una violenza verbale, sì, grafica anche, ma soprattutto intima.
Per come lambisce i temi ricorrenti dell’autore (religione, guerra, amore) in chiave inedita e per lo sguardo fermo e tagliente su omofobia, pedofilia, sessualità e ipocrisia. Per come mantiene il respiro del racconto lungo, spezzando, accelerando, sostando, shockando e disseminando nella narrazione piccoli indizi, particolari apparentemente insignificanti che si riveleranno parte di un affresco affilato e spietato dove nulla (e intendo NULLA) è lasciato al caso.
Per come riesce a farci saltare sulla sedia, a esplodere in risate fragorose o allontanare dalla pagina e guardare un po’ dentro noi stessi.

Perché è (ancora) una lettera d’amore incondizionato e struggente alla città di New York. Per la creazione di scene indimenticabili (per crudezza, intesa come Verità, anche quando innaffiata di grottesco) e per come riesce a flirtare con l’horror, la soap, la grande tradizione del racconto popolare. Per come, attraverso un’apparente satira cattivella su gente in calzamaglia, riesca ancora a dialogare col presente (all’epoca della pubblicazione gli USA si leccavano le ferite dall’amministrazione Bush, si attraversava la campagna elettorale McCain e Obama con la vittoria di quest’ultimo e Trump sembrava ancora un azzardo implausibile…): The Boys si dimostra (anche e soprattutto) “una gran bella analisi del complesso militare industriale americano (o militare-industriale-politico come voleva chiamarlo Eisenhower originariamente)“ come sottolinea il grande Brian K. Vaughan nell’introduzione al secondo volume deluxe. Prima o poi bisognerà rileggere gran parte dell’operato di Ennis come una delle riflessioni sull’imperialismo americano più sincere e appassionate degli ultimi anni, senza limitare l’analisi ai suoi fumetti bellici.

Se Preacher era la grande ed entusiasmante prova generale di un giovane autore innervata di fortissime tematiche personali e Hitman era un elogio dell’amicizia attraverso il genere hard boiled e action immerso nel mondo DC Comics, The Boys è un’ opera che Ennis arriva a scrivere in totale libertà e maturità artistica, uno dei suoi lavori originali più complessi, stratificati e dolenti (caratteristiche queste che attraversano anche la sua lunga gestione del Punisher). Esiste l’amore, esiste l’amicizia, ma l’Azienda, il Profitto, il Potere (e la dipendenza da essi) sono gli unici veri Dei da venerare; e nonostante tutto, commuove la fiducia dell’autore nelle piccole cose, negli squarci di bellezza, di serenità, di verità a cui aggrapparsi, sempre più rari in questo mondo.

E poi c’è Billy Butcher.

Tutti i personaggi (e intendo TUTTI) sono caratterizzati magnificamente. Ma William Butcher è una delle figure più memorabili del pantheon ennisiano. Pura furia incarnata, Butcher è indecifrabile, ostile, fraterno, affabile e spietato al contempo. Una mente lucidamente sadica, contradditoria e profondamente umana. The Boys è anche questo: il disvelamento della storia di Billy, della sua ossessione, della via crucis di un uomo che riesce non solo a convivere con i suoi demoni ma anche a cavalcarli beffardamente verso un fato ineluttabile, pagando un prezzo enorme.

La ristampa deluxe in versione cartonata della serie edita da Panini è l’occasione giusta per (ri)scoprire l’opera: oltre a raccogliere in edizione prestigiosa ed elegante tutti i 72 numeri della serie, contiene dei bonus inediti e interessantissimi come materiale mai pubblicato in Italia, introduzioni di firme importanti (il già citato Vaughan, Jason Aaron…) sketchbook e gustosi dietro le quinte: dal lavoro di preparazione grafica, agli scambi di mail fra editore, scrittore e disegnatori (in primis uno scatenato Darick Robertson, senza dimenticare gli ottimi sodali Russ Braun, John McCrea e il compianto Carlos Ezquerra), che fanno luce sulla metodologia di lavoro del team e sulla meticolosità dell’autore nordirlandese nell’istruire i suoi collaboratori…

Che aggiungere? The Boys ha dialoghi fantastici, una partenza entusiasmante e uno dei contro-finali di una serie fumettistica più dolorosi e amari di sempre che fa il pari con il bellissimo Ex-Machina dello stesso Brian K. Vaughan. Nel mezzo tanto, tumultuoso e meraviglioso altro. Se non l’avete mai letta correte ai ripari. Se l’avete già letta, rileggetela.

Perché Garth Ennis è uno dei più grandi scrittori di fumetti in circolazione.

E The Boys è un capolavoro.

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