Once Upon a Time in Hollywood: alla penultima pellicola Tarantino cambia le regole del gioco – C4Cinema

Pochi registi al mondo sono in grado di suscitare tanta attenzione per un nuovo film in uscita come Quentin Tarantino. Quindi prima di iniziare a parlarvi del film è doveroso dare atto al regista statunitense di un grandissima abilità nel creare aspettative nel pubblico.

Ed è proprio per questo motivo che al termine della proiezione, uscirete spiazzati dalla sala cinematografica. Il nono e penultimo film di Tarantino, rappresenta senza dubbio un cambio di rotta rispetto a quello ci aveva abituato a vedere fino ad ora. Ricordate i dialoghi brillanti e l’azione serrata che hanno contraddistinto lavori come le Iene o Pulp Fiction? Ecco lasciate tutto da parte e preparatevi a gustare una magistrale riflessione sul show business americano di fine anni 60. Senza dubbio crepuscolo delle carriere dei divi anni 50 e forse per questo inserito quasi al termine della carriera dello stesso Quentin, che  ha infatti più volte sottolineato l’intenzione di fermarsi a dieci pellicole.

Grazie ad un cast stellare e ad una minuzia degna dei film di Sergio Leone, Tarantino ci trasporta nel 1969 e raccontandoci tre giorni di vita dei suoi personaggi, ci offre un meraviglioso spaccato di un’epoca che sempre stuzzica la nostalgia degli USA. Il primo dei nostri protagonisti è Rick Dalton, interpretato da un ormai abilissimo Leonardo di Caprio, meteora dei western anni 50, che deve confrontarsi con la sua carriera in declino. Ad accompagnarlo nella sua personalissima discesa agli inferi c’è Cliff Booth (Brad Pitt) ex stunt man e ormai galoppino a tempo pieno di Dalton. E’ proprio il personaggio interpretato da Pitt a primeggiare sugli altri, grazie alla sua indole che maggiormente ci riporta ai classici protagonisti tarantiniani. In secondo piano invece ci viene mostrata parte della vita di Sharon Tate, che qui vediamo interpretata da Margot Robbie. La Tate fu tristemente vittima della follia omicida di Charles Manson e dei suoi adepti, ma in questa pellicola Tarantino, come già successo in Bastardi Senza Gloria, decide di raccontare la sua “versione” dei fatti.

Oltre a tre attori di grande caratura che vediamo nei ruoli principali, il film è costellato di piccole parti affidate a grandi stelle del cinema che indissolubilmente sono legate alla carriera del regista e alla storia di Holliwood in generale ( sarà impossibile trattenere una lacrima di fronte all’ultima scena di Luke Perry sul grande schermo). Sembra quasi che Tarantino voglia sfidare lo spettatore a trovare tutti i cameo inseriti nella sua pellicola e tutte le citazioni che hanno ispirato il regista nella scrittura del film .E’ proprio la scrittura a segnare la differenza fondamentale con le sue pellicole precedenti, in cui gran parte della sceneggiature era dedicata ai dialoghi, mentre qui atmosfere e minuzia nei dettagli la fanno da padrone.

Molteplici i siparietti comici orchestrati dal regista, con cui ha voluto omaggiare alcune tra le sue più grandi passioni, tra cui gli Spaghetti Western e Bruce Lee. Non fatevi quindi ingannare dall’apparente tono di scherno che viene riservato ad alcuni capisaldi della cinefilia. Unica nota di continuità col passato è la colonna sonora, sempre centrale nei suoi lavori, che qui contribuisce ad arricchire l’atmosfera riflessiva che aleggia per tutte le due ore e quaranta di proiezione. Nel finale poi torna alla grande lo stile violentissimo del regista, nel face off con la Manson Family, quasi a volere risvegliare lo spettatore dal sogno di una Hollywood che è stata e non sarà mai più.

p.s. Piccola chicca involontaria è Damon Harriman, che sarà Manson sia per la pellicola che nella nuova stagione di Mind Hunter su Netflix.

Noman Al Ani

Figlio di due fricchettoni che, durante l'infanzia lo hanno rimpinzato di libri e trascinato in giro per mostre di pittori Uzbeki. Da li ad amare il fumetto il passo è stato breve. Tuttora il suo sogno più grande è diventare uno Jedi.

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