Blatta: un futuro distrutto

Avete mai immaginato come potrebbe essere il futuro dell’uomo? In che modo la tecnologia potrebbe influire sul nostro stile di vita odierno? Queste sono le domande a cui Blatta sembra tenti di dare una risposta, nascondendo in realtà significati ancora più profondi.

In un futuro non ben definito si muove il nostro protagonista: un uomo che vive all’interno di una minuscola stanzetta, protetto da quello che sembra essere un incrocio tra una tuta da astronauta e una da palombaro. L’unico spostamento che gli è concesso compiere è quello che lo porta dalla sua stanzetta ad un’altra, dove lavora tutto il giorno davanti ad un computer. Per compiere questo tragitto il protagonista si autoinduce uno stato di incoscienza, non vedendo così mai il mondo esterno. Una piccola ed insignificante blatta cambierà il corso degli eventi, portando il protagonista in un piccola Odissea personale in un ambiente devastato, dall’aria post-apocalittica.

Ad una prima analisi, ciò che salta immediatamente all’occhio è la disumanizzazione del soggetto: inizialmente non vediamo chi si cela all’interno della tuta, la quale assomiglia sempre di più ad una barriera protettiva posta tra l’uomo ed il mondo esterno. C’è inoltre da fare un appunto sulla scelta dell’utilizzo di questa tuta: che sia da astronauta o da palombaro, non ha solo una funzione protettiva, ma allo stesso tempo permette un’esplorazione sicura a chi la indossa.

Una scena da “Tempi moderni”

Questo processo di disumanizzazione è visibile anche dal lavoro che il protagonista svolge, un lavoro ripetitivo, meccanico, che riporta facilmente alla memoria i Tempi moderni di Chaplin. L’uomo è sempre stato consapevole della sofferenza causata da un lavoro monotono e ripetitivo, ma non ha mai imparato ad ascoltare quella voce interiore che gli permette di capire quando sta andando troppo oltre.

Thomas Hobbes, filosofo che teorizzò il concetto di Homo homini lupus

Questa riflessione ci porta alla tematica della solitudine e dell’incapacità relazionale e comunicativa. L’uomo è solo, lo è sempre stato, anche quando è in mezzo ad altri uomini, ha solo sé stesso. Questo crea in esso un senso di paura, angoscia, dolore. Per sopperire alla solitudine, dunque, dobbiamo rimanere umani, dobbiamo essere empatici. E il nostro protagonista ci prova, con scarso successo, quando incontra una donna durante l’esplorazione del mondo esterno. E così, queste due figure cominciano a muoversi senza meta, in mezzo alla devastazione, senza però comprendersi o almeno provare al farlo, diventando emblema dello stato naturale Homo Homini Lupus.

Ponticelli trasmette perfettamente queste terribili sensazioni attraverso l’uso esclusivo di una palette di colori scuri e cupi, uno stile di disegno dal tratto sporco, splash pages che assomigliano a vere e proprie illustrazioni, che riportano immensi ambienti distrutti, devastati, deprimenti.

Ed è questo che l’albo in questione lascia al lettore: angoscia, dolore, tristezza immensa. Forse, in mezzo a tutto questo, qualcuno riuscirà anche a cogliere una scintilla, che possa dare il via ad un cambiamento e, se siamo fortunati, un aiuto a sentirci meno soli.

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