Recensione Cinecomic: La profezia dell’Armadillo

Regia Emanuele Scaringi
Paese – Anno – Durata Italia – 2018 – 99 min.
Stagioni/Episodi
Sceneggiatura Zerocalcare, Valerio Mastrandrea, Oscar Glioti, Pietro Martinelli
Produzione Fandango, Rai Cinema
Genere Commedia

LA PROFEZIA DELL’ADATTAMENTO

Alla 75° edizione del Festival del Cinema di Venezia, tra il nuovo film dei Fratelli Coen, il film sul caso Cucchi, l’ultima produzione di Mario Martone, è la volta di un’esordio italiano di cui si è già molto parlato, La profezia dell’Armadillo, per la regia di Emanuele Scaringi, prima trasposizione del primo graphic novel di Zerocalcare, il fumettista di Rebibbia, che ha saputo comunicare con una generazione cresciuta con gli anime e le serie tv, passata per gli aperitivi e gli erasmus, piena di dubbi sul proprio futuro e sulle proprie ideologie. Farne un adattamento è un altro passo di quel fenomeno culturale che sono i fumetti, pilastri di un genere in America e, grazie proprio a Zerocalcare e altri, tornati ad attrarre un pubblico.voluminoso, e non solo settoriale, anche nel nostro paese. Da sottolineare che Zerocalcare è un artista che fa grandi numeri nelle librerie, per cui il consolidamento culturale e il successo del fumetto danno un grande valore di aspettativa alla versione filmica.

La trama la conosciamo: Zero è un giovane aspirante fumettista che si mantiene disegnando locandine per concerti e dando ripetizioni. Passa le giornate guardando le serie tv e sgranocchiando plum-cake finchè un giorno gli giunge, inaspettata, la notizia della morte di Camille, sua amica d’infanzia e amore segreto, con cui non si vede da anni.

LA CORAZZA DELL’ARMADILLO

Il film tenta subito di esaltare lo spettatore con una sequenza animata che esalta la fonte dell’adattamento, lasciando presagire la contaminazione tra mondo reale e mondo onirico, condensata nella figura dell’Armadillo, coscienza del protagonista e commentatore esterno degli eventi. Ciò che colpisce è come è stato reso: l’attore Valerio Aprea indossa un costume da armadillo vero, artigianale, impacciato e ingombrante. L’impressione iniziale non è molto positiva, sorpassa l’idea di comicità per sfociare nel ridicolo, ma, andando avanti con la visione, quando il ruolo del personaggio diviene più chiaro, lo spazio invaso dal costume acquista più sostanza, le scaglie della corazza assumono un significato.

L’Armadillo, prima illuminato da luci soffuse, piano piano si allontana dalla coltre di nebbia esistenziale della stanza di Zero per uscire allo scoperto nel mondo asfaltato, quello dei conti in sospeso e del passato da affrontare.

Seguendo lo schema del fumetto, anche il film si divide tra sketches che ci danno un divertente, quanto profondo, spaccato della vita del protagonista, e flashback sulla sua giovinezza e il rapporto con Camille. Il personaggio di Zero ha il pregio di portare a galla, tra l’altro in una pellicola destinata ad un pubblico di giovani, le periferie della zona Est della Capitale su cui capeggia Rebibbia, quartiere di palazzoni e mitologie, di corpi rinchiusi e di tute acetate. Al solito Trastevere, alle case di studenti fuori sede, alle bische criminali e alle spiagge di Ostia, si sostituisce una location ingrigita, illuminata di giorno da un sole distante. Zero e il suo amico Secco, interpretato da un Castellito perfetto nella sua sciatteria ma solo a volte diminuito alla caratterizzazione di un semplice buddy, si barcamenano tra un’ideologia di impegno sociale e coerenza etica che sta morendo nella maggior parte dei loro coetanei, oppure è accentuata fino al parossismo come si vede nella scena sui treni, e i ricordi di un’infanzia che è ormai finita.

PLUM-CAKE E PUNK

Grazie al fumetto, il film giova di tante scene divertenti e ben gestite, i momenti di riflessione sono gli stessi e sulle scene emotive c’è spazio anche per i battiti del cuore e le lacrime. Essendo un’opera filmica, è inevitabile che vi siano un rimaneggiamento delle vicende e una linea estetica da seguire.

Ciò che è farina del sacco della sceneggiatura, a cui tra l’altro partecipa lo stesso Zerocalcare (Michele Rech) ha un generale effetto riempitivo, manca a volte un approfondimento veramente di spessore che superi la scenetta a sè stante e alcune cose, molto più chiare e definite nell’opera cartacea, vengono sacrificate in funzione del colpo di scena ma finiscono per sminuire tutto ciò che era stato costruito nell’originale.

A livello estetico non c’è una vera direzione intrapresa, non si vede una ricerca di inquadrature e di luce che differenzino i momenti tra presente e passato, o che esaltino i sentimenti dei protagonisti o rendano ben movimentate le scene. La colonna sonora strizza l’occhio alle sonorità punk molto richiamate dal Calcare autore, molto più edulcorate e anonime in questo adattamento.

Come passaggio dal fumetto al cinema, non siamo ai livelli iconici di un “Paz!” ma Zerocalcare resta un autore presente, dal meritato successo e dalla straordinaria capacità di comunicare in maniera diretta e sensibile, per cui il piacere della fruizione, il divertimento e la riflessione restano anche nel film. Resta comunque un’opera da vedere, anche per chi è abituato solo ad un certo tipo di commedia, non tanto per rimanerne folgorati, quanto perchè gli argomenti trattati meritano di essere raccontati nel nostro cinema pop, ancora oggi troppo piegato su alcune logiche di produzione da cui questi film riescono quantomeno a differenziarsi.

La prova di Simone Liberati nei panni di Zero è molto buona e, se questo film andrà bene, lui e i personaggi incarnati dagli altri attori, sempre ricorrenti nelle storie di Zerocalcare, potrebbero tornare sullo schermo.

C4 MATITE:

Orzo Nimai

Mi chiamo Nimai. E' il mio vero nome. Sul serio! Scrivo storie e un giorno vorrei farlo diventare un lavoro. Uno dei miei sogni è accumulare abbastanza materiale per riempire almeno una pagina su Wikipedia.

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