Recensione Film: Suspiria (2018)

In questo periodo di instabilità economica, politica e religiosa, anche il cinema reagisce percorrendo strade già battute, cercando di eliminare l’elemento di incertezza. Purtroppo questo ritorno al passato si rivela ancora più incerto del nuovo, con risultati francamente disastrosi nella maggior parte dei casi. Luca Guadagnino, con una mossa abilissima, è riuscito come pochi altri a fare un grande remake e ci è riuscito semplicemente non facendo un remake. Partendo dallo stesso soggetto del film del ’77, Guadagnino crea una pellicola tutta sua che in un primo momento cammina accanto al lavoro di Dario Argento, per poi iniziare a correre da sola.

La leggenda vuole che tre donne all’alba dell’XI secolo crearono l’arte della stregoneria: Mater Tenebrarum, Mater Lacrimorum e Mater Suspiriorum. Nel tardo XIX secolo poi le tre streghe commissionarono all’architetto italiano Emilio Varelli tre dimore a Roma, New York e Friburgo, da cui dominare il mondo con dolore, lacrime e tenebre. Questa oscura storia è alla base della trilogia iniziata da Dario Argento nel 1977 con Suspiria, film che lo consacrò definitivamente a maestro internazionale dell’horror. Guadagnino parte dalla stessa leggenda e prende in prestito gli stessi personaggi, per raccontare la sua personalissima versione di questa storia.

Anche a livello stilistico diverge molto dall’originale, perdendo gli elementi psichedelici per abbracciare uno stile molto più realistico, che ricorda molto Wes Anderson, catapultandoci in una Berlino spaccata in due dal muro, raccontata in sei atti e in un epilogo. La politica è molto presente nella pellicola, sia raccontando l’instabilità sociale del periodo, sia nel racconto di una instabilità che troviamo all’interno della stessa congrega di streghe che abita l’accademia Markos. Inevitabili e ben accetti gli omaggi al passato, con movimenti di macchina volutamente sgangherati nel passaggio dai totali ai primi piani, che molte volte abbiamo visto nel cinema degli anni 70 e una cromia simile ai film ricolorati. Anche i doppi ruoli, che non vi sveliamo, sono un ritorno a un glorioso passato della cinematografia. Menzione speciale per Tilda Swinton, vero motore del racconto.

L’ultima parte del racconto, che se vogliamo è quella che più si discosta dall’originale, ci fa ritrovare il tocco di Argento con molta azione e poche spiegazioni, stile per cui fu più volte accusato di illogicità. Nei trent’anni tra il primo e l’ultimo capitolo della trilogia, Argento ha perso senza dubbio il suo tocco. Ci auguriamo che non accada la stessa cosa con Guadagnino che sicuramente, come ci fa intendere un breve frame post credit, completerà la sua personale trilogia.

Noman Al Ani

Figlio di due fricchettoni che, durante l'infanzia lo hanno rimpinzato di libri e trascinato in giro per mostre di pittori Uzbeki. Da li ad amare il fumetto il passo è stato breve. Tuttora il suo sogno più grande è diventare uno Jedi.

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