Recensione Cinecomic: Tomb Raider

Regia Roar Uthaug
Paese – Anno – Durata USA – 2018 – 118′
Stagioni/Episodi
Sceneggiatura Geneva Robertson-Dworet e Alastair Siddons
Produzione Warner Bros., Metro-Goldwyn-Mayer, Square Enix e GK Films
Genere Avventura

ESCURSIONI NEL PASSATO

In piena linea con lo spirito della serie, la Warner Bros. ha reclutato Roar Uthaug per riesumare l’antica tomba di Lara Croft. eroina videoludica di un passato pixelato e prodotto di una visione del femminile che doveva essere florido e conturbante. Non a caso, al cinema, la prima interprete fu Angelina Jolie, icona di bellezza e sensualità che rimase l’unico motivo per guardarsi i due adattamenti cinematografici, piuttosto appannati. I film riflettevano l’andazzo della serie: dove nei primi, storici, capitoli la scoperta dell’ignoto non avveniva solo nei luoghi più suggestivi del mondo, ma anche per il giocatore davanti allo schermo, col passare dei capitoli Lara era divenuta più una super eroina piuttosto che un’esploratrice.

Square Enix e Crystal Dynamics con il suo reboot hanno restituito nuova linfa vitale a Lara, ingigantendo le sue difficoltà e diminuendone le forme. Così ha fatto questo Tomb Raider, evidente e dichiarata trasposizione dei capitoli di nuova generazione. Di matrice nord europea nella regia, nella scrittura e nella recitazione, la protagonista dell’adattamento è Alicia Vikander, attrice premio Oscar per The Danish Girl. Il ruolo regge il paragone con la Jolie, anzi, la sensualità sbarazzina e tonica senza strabordare le donano una buona resa sulla scena.

Se il rilancio di Tomb Raider su PC e console è ben riuscito, lo stesso vale per il cinema?

CORRI RAGAZZA. CORRI

Se Angelina interpretava una Lara addestrata all’inverosimile e a suo agio nel maniero di famiglia, la strada intrapresa dalla sceneggiatura di Tomb Raider lascia piacevolmente sorpresi: Lara è una ragazza autonoma, che svolge lavori part-time per pagarsi da sola tutte le spese, si allena nelle MMA e concorre in gare di caccia alla volpe in bicicletta,  nonostante erediti la corona di un impero economico lasciatole dal padre, scomparso anni fa alla ricerca di misteriose reliquie.

Lara, grazie a degli indizi rinvenuti, scoprirà che il padre è partito alla volta di Yamatai, al largo del Giappone, per scoprire il segreto della regina Himiko. Mentre il gioco iniziava da qui, il film si prende uno spazio per introdurre il personaggio e, come detto, riesce bene a darci una versione di Lara giovane e spavalda seppur legata in maniera forte al padre. Una volta giunta, anzi, naufragata sull’isola, entriamo nel vivo dell’azione. Quella presa di pari passo dalla nuova versione di Square Enix, che ha puntato sulla sopravvivenza piuttosto che sulle sparatorie a senso unico. Il giocatore si ritrovava a soffrire con Lara per tutta la durata dell’avventura vedendola infilzata e trapassata da parte a parte da un osso umano, sbattuta da rapide vorticose, malmenata da uomini senza scrupoli, resi folli dall’isola stessa. Lo scopo degli sviluppatori era creare una protagonista indifesa che doveva trovare dentro di sè la forza di affrontare una situazione molto più grande di lei.

Il film deve farsi carico di tutto questo e deve riuscirci in due ore, sacrificando tutte le trovate immedesimative di un videogame. In maniera prevedibile, ma non sperata, non vi riesce. Il gancio emotivo del rapporto con il padre, sviluppato tra l’altro in maniera piuttosto piatta, toglie tutto lo sviluppo del personaggio, solo e costantemente in pericolo nel gioco, costretto a guardare anche la perdita dei propri compagni. Lara, nel film, compie un salto da ragazzina ribelle ad assassina nel giro di qualche scena, ma non sento di dover addossare la colpa alla pellicola. Forse, seguendo il canovaccio del gioco, gettando il personaggio fin da subito nella mischia e prendendosi tutto il film per raccontare il suo tentativo di uscirne viva, dedicando anche più immagini all’esplorazione e alla storia della regina Himiko e dell’isola, il risultato sarebbe stato diverso.

LA TRINITÀ?

Gli avversari della Croft sono quelli della Trinità, un’organizzazione segreta che si occupa di perseguire il potere servendosi di scoperte regale al paranormale o all’ignoto. L’idea di inquinare il primo capitolo videoludico con il secondo, Rise of the Tomb Raider (la Trinità ci viene presentata solo in quest’ultimo) getta le basi per un sequel immediato ma toglie tutto il fascino sinistro che avevano i cultisti di Yamatai e Padre Mathias. Il villain del film è interpretato da Walton Goggins, il quale riesce persino ad affascinarci in certi momenti, un avversario con del potenziale, ma le tempistiche (e la sceneggiatura) non riescono a scavare a fondo.

Per quanto riguarda la messa in scena, non c’è da impazzire. Alcune scene sono realmente tese e spettacolari, ma nulla che non si sia mai visto. La scena dell’aereo è quasi uguale a quella del videogame. Paradossale, il film funziona meglio se non avete giocato il videogioco. Potrebbe stupirvi di più. Il confronto con la versione digitale è impari. Il film è un adattamento molto istituzionale, senza qualcosa in più che lo elevi tra i film d’avventura.

Tuttavia, se andrà bene al botteghino, la produzione ha promesso un seguito. Riuscirà a durare una trilogia? È una scoperta anche questa.

C4 MATITE:

Orzo Nimai

Mi chiamo Nimai. E' il mio vero nome. Sul serio! Scrivo storie e un giorno vorrei farlo diventare un lavoro. Uno dei miei sogni è accumulare abbastanza materiale per riempire almeno una pagina su Wikipedia.

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Nessuna Risposta

  1. CMNilo ha detto:

    Salve C4 Comic, salve Orzo Nimai
    Sono quasi completamente d’accordo con questa recensione, e mi complimento. Tuttavia non è di questo che volevo parlare, ma del vostro nuovo (oddio, non so da quanto ce l’avete, ma qualche mese fa non c’era) sistema di valutazione. Le matite sono simpatiche, ma un totale di tre unità è troppo poco per trasmettere una valutazione adeguata. Ovviamente c’è l’intera recensione scritta che entra nel dettaglio, ma a me succede (e penso anche ad altri) di voler evitare anche il minimo spoiler e di balzare subito al punteggio.
    Il film è mediocre, ma si tratta a mio avviso del miglior adattamento di un videogioco degli ultimi anni… Non lo sconsiglierei di certo. Con una sola matita su tre invece il lettore può pensare di trovarsi di fronte a una pessima pellicola.
    Consiglio dunque di alzare il numero massimo di matite almeno a cinque. Sole tre unità di valutazione non sono in alcun modo sufficienti, soprattutto considerando che prima erano dieci…

    • Pietro Badiali ha detto:

      Ciao CMNilo! In questi giorni siamo proprio in fase di valutazione per il nuovo sistema di valutazioni. Tra le opzioni c’era proprio quella di alzare le matite a cinque. Ti terremo aggiornati per le prossime settimane.

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