Recensione: Black Hammer #1 e #2, una Golden Age crepuscolare

Editore Bao Publishing
Autori Jeff Lemire (testi), Dean Ormston (disegni) e Dave Stewart (colori)
Prima pubblicazione 2016
Prima edizione italiana 2017
Formato 17 x 26 cm cartonato
Numero pagine 184 a colori

Prezzo 19,00 euro

Era tutto un po’ stupido, no? A volte mi domando se fosse reale, o solo un sogno collettivo dal quale ci siamo svegliati.

Il canadese Jeff Lemire è uno dei nomi più caldi degli ultimi anni nel fumetto americano. Dagli esordi nel panorama indipendente ad oggi non si è fermato un attimo, dando vita ad una quantità di produzioni sconfinata e dimostrando la propria poliedricità nel collaborare con ciascuno dei grandi editori americani senza mai fossilizzarsi. È dagli inizi della sua carriera, però, che Jeff Lemire si porta dietro un’idea che non sembrava destinata a tramutarsi in qualcosa di concreto, una storia che coniugasse la sensibilità dei suoi fumetti più intimisti con il suo amore per i supereroi, genere a cui deve la sua passione per il medium. È solo nel 2016 che quell’idea diviene realtà sotto lo stendardo di Dark Horse Comics, con la collaborazione di Dean Ormston (disegni) e Dave Stewart (colori) e assumendo il nome di Black Hammer.

VITA RURALE

La storia di Black Hammer inizia 10 anni dopo un evento dalla natura misteriosa che ha confinato sei supereroi in una fattoria ai margini di una piccola cittadina della campagna statunitense. Impossibilitati ad andarsene e senza alcuna idea di come vi siano arrivati, i sei tentano di adattarsi a questa nuova vita che gli è stata imposta. Con queste semplici premesse, Jeff Lemire prende dei personaggi nati come omaggio alla Golden Age del fumetto americano e li trasforma in personaggi di Jeff Lemire. La convivenza di queste sei persone le trasforma nella tipica famiglia disfunzionale a cui l’autore ci ha abituato con la sua produzione e di cui vengono costruite attentamente le dinamiche interne, oltre che al ruolo di outsider che assumono agli occhi della cittadina di cui ora sono involontari membri. Le relazioni che i personaggi instaurano sono il fuoco fondamentale da cui prendono vita le loro azioni, sempre volte a creare legami con qualcuno che li faccia sentire accettati e che spenga la loro solitudine, permettendo loro di dimenticare, anche solo per un attimo, la vita persa dieci anni prima.

LA GOLDEN AGE

Il passato in Black Hammer è fondamentale e riemerge in continue digressioni incentrate sui trascorsi dei singoli personaggi. Tante storie di origini che, contrapposte alla narrazione presente, danno consistenza e tridimensionalità ai protagonisti e alle loro azioni. È in queste sequenze che il desiderio di scrivere una lettera d’amore al fumetto americano dell’autore emerge in tutta la sua potenza, costruendo omaggi su omaggi a supereroi degli anni ‘40 come Capitan Marvel o Capitan America, ma anche a quella che viene definita la Golden Age della narrativa Sci-Fi e al fumetto horror protagonista delle pubblicazioni dell’editore EC Comics. Citazioni che non si limitano alle storie raccontate, ma si estendono anche al modo di raccontarle imitandone lo stile narrativo tra baloon di pensiero, ingenuità e rottura della quarta parete.

UN TRATTO INTIMISTA

Lo stile di Dean Ormston è in perfetta sintonia con il fine dei testi di Jeff Lemire di raccontare l’umanità di questi supereroi. I disegni e la costruzione delle tavole di Ormston rifuggono qualsiasi spettacolarità, preferendo una griglia regolare che si rifà al 3×3 tanto caro al fumetto del passato e un’attenzione per i primi piani. Linee semplici creano i contorni dei volti dei personaggi da cui è possibile capire ad occhio l’età anagrafica contando la quantità di trattini che li solcano come tante piccole rughe. A dare profondità alle scene c’è un continuo utilizzo di ombre nere come la pece che coprono parzialmente corpi e visi che danno in parte indicazioni sull’emotività della scena. I colori di Dave Stewart costruiscono invece il mood del fumetto: spenti nel tedioso presente in cui sono costretti i protagonisti e vivaci nell’inseguire le meraviglie del loro passato.

CONCLUSIONI

Sebbene il mistero dietro la prigionia dei protagonisti sia abbastanza interessante da tenere incollato il lettore, è portato avanti con un dosaggio molto controllato perché il focus dell’opera rimane l’esplorazione dell’umanità dei personaggi in questa condizione. Dopo un primo volume che ci racconta essenzialmente chi erano e cosa sono adesso, nel secondo volume li vediamo darsi da fare sulla base di quanto ci è stato raccontato, scontrandosi con i propri limiti e con gli ostacoli che la vita continua a mettere sul loro cammino. Che decidano di provare ad integrarsi o che continuino a cercare una via di fuga, i sei protagonisti sembrano destinati inesorabilmente a fallire. Black Hammer è un fumetto impregnato di malinconia e nostalgia che riesce a costruire una delicata empatia tra i personaggi e il lettore, che rimane catturato dalla loro umanità e che, proprio come in un fumetto della Golden Age, prosegue la lettura per scoprire se sono davvero destinati alla sconfitta o se, alla fine, riusciranno a cavarsela.

PRO CONTRO
– L'umanità dei personaggi è raccontata con molta sensibilità
– Bellissimo omaggio alla Golden Age
– Team artistico in perfetta sinergia con i testi
– Si inserisce in un filone revisionista già ampiamente esplorato
– Non si distacca da tematiche già affrontate dall'autore

C4 MATITE:

Matteo Caronna

Studente di Lingue e Letterature Moderne a Roma. Inizia a leggere fumetti per caso e sempre per caso continua a farlo. Poi un giorno loro gli fanno scoprire la magia e stringono un patto con lui affinché inizi a scrivere recensioni e non li abbandoni mai.

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