Black River, un’introspezione sul post-apocalittico

Proprio così! Cazzofica! Mi hai levato le parole di bocca, Daisy!

UN OCEANO DI APOCALITTICI PARAGONI

Ritengo, in generale, che sia sbagliato parlare di un’opera in funzione di altre opere. Si rischia spesso di scadere in termini di paragone ingiusti, ed aleggia quindi il timore di minare la validità dell’opera in questione, volente o nolente. In certi casi assurdi si rischia addirittura di degenerare col costante confronto (basti considerare la bislacca tendenza che per qualche periodo ha portato gli appassionati di videogiochi a descrivere qualsiasi gioco che richiedesse impegno come “il Dark Souls” del proprio genere di appartenenza). Eppure, senza le nostre esperienze, nessuno di noi potrebbe mai esprimere quegli stessi giudizi che possono indurre il lettore inesperto, o anche quello più esigente, ad affidarsi all’opinione di un buon recensore.

Sfortunatamente, al momento un simile recensore non è qui presente. È impossibile non giudicare un’opera appartenente ad un genere narrativo particolare come quello post-apocalittico ignorando la vasta e straordinaria quantità di opere che costellano la produzione artistica che si associa a questo leitmotiv. Dal panorama letterario a quello videoludico, passando ovviamente per il grande e il piccolo schermo, il genere post-apocalittico è stato spesso e volentieri uno strumento ideale per raccontare soprattutto il peggio ma anche il meglio delle società umane di fronte a situazioni estreme, se non anche mezzo di sfogo per l’estro artistico di alcuni registi. Da Fallout a Mad Max, da I am a Hero a The Last of Us, abbiamo variegate opere a cui far riferimento in tutti i campi artistici, quando pensiamo al post-apocalittico.

Perfino nella seconda di copertina di “Black River” di Josh Simmons, pubblicato in Italia da 001 Edizioni, viene fatto un confronto per l’appunto con La Strada di Cormac McCarthy, descrivendo poi il fumetto in questione come un “The Walking Dead sublimato dal malsano lirismo del disegno”, probabilmente in riferimento alla serie tv della AMC. Pur supponendo un accidentale svista nei confronti dell’esistenza del fumetto di Kirkman (il cui talento narrativo viene espresso tramite suddetto lirismo prima da Tony Moore, sostituito poi da Charlie Adlard), sottolineo quanto espresso prima: usare certi paragoni può essere dannoso. Specialmente se gli oggetti di paragone sono noti al lettore.

Nonostante tutto, v’invito a non pensare all’elefante rosa.

UNA PICCOLA STORIA DI SOPRAVVISSUTI

Evitare il paragone con altre opere è forse l’unico modo per poter apprezzare genuinamente quella che è un’opera discreta, dalle atmosfere cupe, underground, forse non un fulgido esempio di originalità, ma indubbiamente un racconto post-apocalittico che rispetta tutti i canoni del genere, e che lascerà soddisfatti gli appassionati. Black River è un breve scorcio nella vita di un gruppo di sopravvissuti in un mondo devastato e in rovina, che vaga nella tundra, da città in città, cercando di trovare un modo di riuscire ad andare avanti.

In un mondo dove quel che avanza dell’umanità è tormentato da meschinità e follia, i membri del gruppo cercano rifugio nel torpore dell’alcool e della compagnia altrui, sperando di ricreare un simulacro della civiltà che non c’è più.

Chi ha apprezzato La strada di McCarthy o il film tratto da esso, potrebbe gradire questo fumetto, tenendo tuttavia presente alcune importanti particolarità. Black River da un lato è anche grottesco, quasi gratuito nel mostrare certe atrocità: pur non essendo adatto alla sensibilità di alcuni, né sfociando tuttavia in violenza graficamente disturbante, ha comunque alcune scene forti che rendono chiaramente il decadimento morale dell’umanità di fronte alla fine del mondo.
Sebbene Simmons non si proponga esplicitamente di fare chissà quale particolare critica alla società, limitandosi alle sottigliezze che suggeriscono alcuni degli scenari in cui si ambienta la storia, l’autore ci offre comunque interessanti spunti di riflessione.

Black River non sarà il Dark Souls dei fumetti post-apocalittici, ma riesce lo stesso a turbare con le sue atmosfere desolate e i suoi momenti di pazzia e orrore, e a conti fatti, soffre forse di un panorama artistico troppo saturo di racconti post-apocalittici.

Ridam Rahman

Celebre scrittore di fama locale, nonché modesto megalomane. Attingendo alle forze dell'occulto ha ottenuto il titolo di dottore in Informatica alla Sapienza. Nel tempo libero adora leggere libri e fumetti, guardare film e serie tv, e giocare ai videogiochi. Ogni tanto si cimenta nella scrittura di racconti; ancor più di rado prova a dedicarsi allo sviluppo di videogiochi. La sua passione segreta è scrivere di sé in terza persona.

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