Cocktails #1, #2, #3 e #4, storie di sorsi

Che siano eleganti lavori di mixologia preparati con dedizione da barman specializzati (e, oggigiorno, quasi sempre baffuti) o intrugli preparati alla bene e meglio con la classica formula soluto più solvente servita in bicchieracci di plastica, i cocktails rientrano a pieno titolo in quello spettro di cose che – con i tratti tipici di tutto ciò che è consumabile – rappresenta la cultura di chi sta bevendo o mangiando. Probabilmente esagero io con le sovrastrutture e la ricerca costante di un approccio a tutto ciò che l’uomo fa e forse dovrei vivere la questione del consumo di bevande alcoliche in modo più libero, ma rispettando rigorosamente la categorizzazione, come viene suggerito da Studio Pilar nella compilation di storie dedicata alle più classiche delle miscelazioni.

Divisa in quattro volumi, in base ai momenti consigliati per il consumo, Cocktails è una serie variegata e ricca di profumi, sapori, gusti che spaziano dal complicato e rigido al dolce e floreale. Un bouquet di aromi che si concretizza nei diversi approcci al fumetto di ciascuno dei trentasei artisti (sei per i primi tre numeri, diciotto per l’ultimo) che diventano anche coerenti con le tecniche che tipicamente si utilizzano per preparare quella determinata ricetta: vignette shakerate che si allargano, illustrazioni filtrate da uno strainer metaforico che si presentano distillate al lettore. Quattro menù per quattro momenti differenti della giornata; quattro indicazioni di consumo che non sono mai obblighi ma suggerimenti e allegorie di ciò che indicativamente può accadere nel momento in cui il liquido entra in contatto con le labbra. Ovviamente, come ogni carta che si rispetti in locali di qualità, ogni volume è accompagnato da alcune descrizioni: ad aprire ogni pubblicazione, infatti, ci sono dei divertentissimi – e improbabili – cenni storici riguardanti la ricetta presa in esame, oltre che le ovvie proporzioni necessarie per prepararla.

In Pre-Dinner a farla da padrone sono ovviamente i bitter. Che si tratti delle goccioline snob dell’angostura, del vivace aroma degli agrumi o dell’arroganza machista del vermouth poco importa: ciò che conta è che si senta l’amaro. Gusto che viene trasposto nelle storie raccolte in questo primo albo: dalle scene d’interno che richiamano Dennis Hopper in Manhatthan di Andrea Mongia al vago sentore di futurismo deperiano di Anna Deflorian nel suo Negroni, passando per le fascinazioni black e hip-hop che si porta dietro il quartiere americano (il Bronx) da cui  prende il nome il cocktail disegnato da Dr. Pira con il suo tipico stile lisergico e spirituale.

Il dopocena è il momento in cui si può accelerare con le proporzioni alcoliche. After-Dinner è quindi rappresentazione di ebrezza, disorientamento e brivido. Ne è un ottimo esempio la brevissima spy-story dedicata allo Stinger disegnata da Andrea Chronopoulos.

Ci sono poi bevande dal tenore alcolico più contenuto che in Cocktails vengono raccolti nei due volumi conclusivi: Anytime Long Drink. Principalmente a base di soda i primi e a base di succhi o soft-drink i secondi, i cocktail da bere in qualunque ora del giorno sono da consumare con leggerezza sì ma anche con attenzione. Non bisogna lasciarsi inebriare troppo dalle foglie di yerba buena del quinto Mojito bevuto di fila o dalla pesca che porta la ragazza giapponese rappresentata in Bellini dai boschi nipponici ricchi di peschi alle lagune veneziane dove il prosecco scorre fino a confluire nel mare Adriatico.

Da bere d’un fiato, da abbandonarsi ai sapori più forti e complessi, da lasciare sul palato per avere più dolce non soltanto le papille ma anche un po’ la vita. È questo che Cocktails comunica al suo lettore, compatibilmente con le caratteristiche di ciascuna delle bevande descritte.

Luca Parri

Lettore, giocatore, spettatore e ascoltatore. Spesso mi chiedo perché sono fuori corso all'Università.

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