Recensione: Deadpool nel passato, di cosa (s)parliamo quando (stra)parliamo di Deadpool

Editore Panini Comics italia
Autori Gerry Duggan, Brian Posehn (testi) e Scott Koblish, AA.VV. (disegni)
Prima pubblicazione 2013
Prima edizione italiana 2018
Formato 17X26, cartonato, a colori
Numero pagine 176

Prezzo 20

“Ehi! Come hai fatto? Che ci fai tu in questa scena?” “Ragazzo, io ero te prima che arrivassi tu.”

Con questa risposta lapidaria, Howard il Papero zittisce Deadpool e ribadisce una volta per tutte un punto dato troppo per scontato se non dimenticato/sconosciuto: Howard, grande e irreverente creazione del compianto Steve Gerber aveva già in nuce tutto quello che Deadpool avrebbe portato all’estremo. Entrambi sono nati come semplici comprimari e poi eletti protagonisti di culto, entrambi outsider cronici in cerca di un loro posto in un mondo che non li capisce, entrambi  strenuamente ironici e circondati da nemici e personaggi ai limiti dell’assurdo. Ma soprattutto entrambi consci di “vivere” in un fumetto.

Howard in fin dei conti era un’estensione della personalità di Gerber (stropicciato sognatore allergico a qualsiasi moda ma fervido di idee e opinioni, autodefinitosi “di un’onestà compulsiva”) e aveva vissuto e si era sviluppato nei suoi anni d’oro con imprevedibile coerenza per poi ridursi a comprimario di lusso – e di culto – nei decenni successivi (anche se andrebbe considerato ed esaltato a dovere il recente e meraviglioso ciclo firmato da Chip Zdarsky).

Ma era e resta un personaggio ben definito.

E Deadpool? Deadpool ha una nascita e una storia più movimentata e ancora più casuale.

NOTE GENERALI ARCINOTE

Deadpool, Wade Wilson, Wade Winston Wilson, il mercenario chiacchierone, il comprimario d’eccellenza, l’antieroe definitivo. La storia è arcinota per i lettori, anche occasionali: canadese, famiglia problematica, mercenario, colpito da tumore al cervello, poi volontario per progetto Arma X; dopo torture psicologiche e fisiche, acquisisce il fattore rigenerante tanto noto ai fan di Wolverine; in seguito sarà un tripudio di voci nella testa, personalità schizoidi, parlantina stordente, chimichanga, teledipendenza, meta-fumetto, ammazzamenti pirotecnici, amori sbagliati e tormentati, amicizie folli e nemici ancora più folli, passando da nemico a “scomodo alleato” in vari supergruppi (Thunderbolts, la nuova X -Force). Il personaggio si fa strada avanzando a colpi di katana, pistolettate e battute micidiali per due decenni, diventando oggetto di culto assoluto.

Creato dal’incontenibile – e graficamente indifendibile – Rob Liefeld, in tandem con l’argentino Fabian Nicieza, Deadpool nasce come mix tra l’Uomo Ragno (si narra che il capriccioso Liefeld volesse avere l’occasione di disegnare Spiderman o almeno qualcuno con un costume figo quanto Spiderman) e il tenebroso Deathstroke della DC. Dopo di loro, vari autori si occuperanno di Wilson e contribuiranno a creargli frammenti di passato e comprimari significativi con innumerevoli miniserie, one shot, rilanci, team up: da Mark Waid a Christopher Priest, da Gail Simone a Jimmy Palmiotti, dai romanzieri Duane Swierczynski e Victor Gischler a David Lapham e Cullen Bunn; e soprattutto i due architetti principali della sua storia editoriale regolare, Joe Kelly e Daniel Way.

Il fenomeno Deadpool scavalca il mondo dei comics e diventa presto campione di merchandising, videogiochi, e meme. Poi, l’inevitabile salto al cinema nel 2016 (dopo una lunga gestazione del progetto da parte della Fox) e la conseguente supremazia commerciale su (quasi) tutto l’universo Marvel che conta. Tutto molto cool, tutto molto irriverente, tutto molto troppo. Per i dettagli della sua vita editoriale potete dare uno sguardo qui. Per il fenomeno esploso al cinema potete leggere qui altre specifiche interessanti. Per quel che riguarda il più recente corso editoriale e fare il punto sulla run più entusiasmante di sempre del personaggio, continuate a leggere.

NON DI SOLA COOLNESS VIVE L’UOMO

Deadpool riesce a intercettare i gusti e l’interesse di un pubblico sempre più figlio dell’iperinformazione digitale, patito della citazione a tutti i costi (ora sottile, ora sfrontata), dell’ammiccamento fine a sé stesso (ora fastidioso, ora irresistibile) e dell’iper-violenza grafica, seppure cartoonesca. Insomma, Deadpool piace. Piace come guastafeste di un universo consolidato, piace come schiaffo all’ordine costituito del fumetto mainstream, piace perché può essere dappertutto senza essere legato a niente; o semplicemente, piace perché ha un costume strafico quanto Spiderman…

Eppure, anche con queste peculiarità, il suo corso editoriale da protagonista è stato lambito dalla sensazione di simpatica pochade fine a se stessa, spesso troppo figlia degli anni in cui veniva raccontata. Le storie, tranne qualche picco d’ eccellenza (In viaggio con la testa, La guerra di Wade Wilson) girano un po’ a vuoto, i disegnatori risultano troppo discontinui (non tutti sono Kyle Baker, Jason Pearson o Paul Chadwick). Comparendo su più testate simultaneamente, il Nostro satura il mercato affermandosi con un’identità ormai delineata ma non del tutto valorizzata e per questo limitata.

ll personaggio si riduce a una palestra di cazzeggio per autori di passaggio e funziona quasi meglio nelle storie elseworld (Deadpool Pulp) o, ancora, come comprimario di lusso (la bellissima gestione di Uncanny X-Force di Rick Remender, uno dei pochi a dare a Wilson un’identità realmente complessa e affascinante). Manca uno sguardo autoriale forte, determinato a risolleverne le sorti senza vivere di rendita. La bulimia dell’offerta editoriale rischia di ritorcersi contro l’efficacia del personaggio e di farlo piacere a tutti, tranne forse a chi ama davvero i fumetti.

La sua sfrontatezza può risultare vacua; l’irreverenza a tutti i costi, innocua e fugace. Ciononostante le vendite restano stratosferiche e la richiesta del personaggio assai alta. Daniel Way chiude la sua (comunque) fondamentale gestione dopo più di quattro anni e 65 episodi. Le aspettative sono alle stelle. E dopo? Who yo gonna call?

IL DINAMICO DUO

Brian Poshen e Gerry Duggan sono la strana coppia a cui la Marvel Comics affida il rilancio del personaggio nel gennaio 2013 sotto l’egida Marvel NOW!: il primo è un comico apparso in serie di successo (come Seinfeld e Friends) e sceneggiatore per la tv, grande appassionato di fumetti ma che ha all’attivo solo la miniserie Last Christmas (co-scritta proprio con l’amico Duggan); Duggan è l’autore di un paio di miniserie osannate dallla critica ma praticamente sconosciuto al grande pubblico. Il loro esordio sul Mercenario Chiacchierone, disegnato da un Tony Moore in grandissima forma, è a dir poco esplosivo.

I due riescono a imbastire un nuovo corso per il personagggio, circondandolo di nuovi comprimari memorabili (l’agente Preston, il negromante Michael), senza scordarsi il meglio delle gestioni passate e proiettandolo verso il futuro. Daranno a Wade prima una paternità (nel modo più semplice e sorprendente possibile) e poi una moglie (la più sorprendente possibile). Per la prima volta il divertimento si ammanta di spessore e il cinismo si fa meno gratuito; l’ironia è fortissima, le battute fioccano, sparatorie e violenza efferata rimangono ingredienti stabili e liberatori, ma una dichiarazione d’amore o un insulto fanno più male di una pallottola. Insomma Posehn e Duggan fanno crescere davvero il personaggio, rispettando la sua mitologia ma rafforzandola nella stravaganza quanto nell’umanità. Finalmente il lettore può avere un’empatia con Deadpool.

I DISEGNATORI

L’apporto grafico di questo ciclo narrativo è di tutto rispetto: oltre alla partecipazione iniziale dell’ottimo Tony Moore, oramai una conferma, si faranno notare Declan Shalvey (noto per il rilancio del Moon Knight di Warren Ellis), Mike Hawtorne e ultimo, ma non ultimo, Skott Koblish. Ed è proprio a Koblish che il duo di scrittori affida il ciclo di storie ambientate “nel passato”.

IL VOLUME

E qui arriviamo al volume in questione, pubblicato dalla Panini Comics in un cartonato elegante e leggerissimo con una copertina irresistibilmente 70nties. Deadpool nel passato raccoglie tutti gli episodi flashback a corredo della serie regolare di Pohsen e Duggan: episodi “perduti negli archivi Marvel”a cavallo dei ‘50, ‘60, ‘70, ‘80 e ‘90, ognuno perfettamente illustrato nello stile dell’epoca da Koblish.

Questo gioco stilistico, reso alla grande anche dalla colorazione di Val Staples, contribusice ad uno straniamento sublime nei momenti più drammatici. Sì, perché anche se gli episodi appaiono come semplici divertissement, non mancano squarci dolorosi inaspettati (la rivelazione della paternità di Wilson, l’incendio alla casa dei genitori). E letti nella gestione totale del duo, quello che appare come semplice cazzeggio retcon diventa una nuova, solidissima base per il futuro del personaggio.

Battute fulminanti, citazioni e irriverenza non mancano, ma a lettura finita si rimane con un’inaspettata malinconia e con l’impressione che anche uno come Deadpool possa provare stanchezza. In questo senso è emblematico il pre-finale della storia più esilarante del volume, “Deadpool prende in giro l’universo marvel- Un tie-in del Guanto dell’Infinito”) dove il nostro si rivolge al lettore con un’asprezza e amarezza mai vista sulle sue pagine, rivendicando la sua unicità di personaggio e rivelando un’identità finalmente stratificata e realmente affascinante. Il tutto con la “benedizione” di Howard il Papero (vedi lo scambio citato in apertura). Per un personaggio che ha tutta questa responsabilità editoriale non è poco.

CONCLUSIONI

Uno splendido volume che è anche un ottimo punto di partenza per chi si vuole avvicinare al personaggio nella maniera più gustosa e riuscita di sempre.

Erede diretto di Howard il Papero, sosia schizzato e iperviolento di Spiderman, anti-eroe di fine millennio dal costume strafico, spalla eterna di Cable, meme infinito.

Deadpool è (stato) tutto questo, ma finalmente è semplicemente sé stesso.

C4 MATITE:

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