Pompei, tra classico e sperimentalismo teorico

Forse dovrei tornare a Paestum.

Quasi come se si trattasse di un virtuale ritorno in patria di omeriana memoria, Pompei di Frank Santoro approda sul suolo italiano a cinque anni di distanza dalla sua pubblicazione originale americana. E non si può far altro che gioire nel sapere che un fumetto che tratta un episodio così tragico ma al contempo fondante del nostro patrimonio culturale, realizzato con amore sapiente da uno straniero, sia finalmente giunto nelle nostre librerie.

Ma non è solo per la coinvolgente e convincente celebrazione della cultura classica meditteranea (e italiana nello specifico) che questo volume va riconosciuto come uno dei fumetti più importanti del decennio; il libro di Santoro è fondamentale anche per un progresso teorico-scientifico all’interno della nona arte. Per approfondire il volume vi invitiamo a recuperare la nostra intervista realizzata durante l’ultimo Napoli Comicon.

LA TEORIA: DI PAGINA, GRIGLIA E COLORI

La ricerca e il processo educativo ad una concezione marcatamente teorica del fumetto è una questione che interessa e riguarda Santoro sia come fumettista ma anche e soprattutto come teorico, studioso e insegnante. Pompeiè quindi quasi da intendere come un saggio omni-comprensivo di tutto ciò che l’autore ha saputo raccogliere ed elaborare in svariati anni di ricerca e pratica alternando tre figure (il lettore, l’insegnante e l’autore) fino a farle convergere verso una entità unica; le cui singole parti comunicano e convivono influenzandosi. Tutto ciò che l’americano ha potuto apprendere riguardo alle armonie, ai ritmi e all’enfasi che si possono evocare in maniera prima involontaria ma poi meticolosamente e matematicamente voluta ricorrono nelle centoquarantaquattro pagine del suo fumetto.

Sviluppare la storia lungo una griglia che evochi orizzontalità totale, ad esempio, è un meccanismo che potrebbe corrispondere ad un gesto partorito senza particolari pensieri. Addentrandosi nel mondo costruito dall’autore, però, vengono a galla delle coincidenze che presto o tardi portano il lettore ad accorgersi di trovarsi davanti ad una (de)costruzione della griglia volta a creare una precisa musicalità orizzontale. Spogliare la parte visiva della narrazione da enfasi o elementi centrali che catturino l’attenzione puntellando la lettura con vertigini di ritmo ma preferendo una uniformità di sensi che vada poi ad esplodere nelle (poche) splash page serve a comunicare le potenzialità pressoché infinite del fumetto a fini comunicativi.In un modo simile, poi, è possibile analizzare le tante annotazioni presenti nel volume; utili a creare un ponte trilaterale tra gli argomenti teorici, gli avvenimenti storici e la trama del fumetto. Segnalare che gli scarti delle pergamene di papiro, all’epoca, venivano utilizzati dai pittori come tavolozze ha la valenza triplice di sostenere l’argomentazione teorica, di contestualizzare il periodo storico e di avere una collocazione credibile dei personaggi.

Parlare di pittura e colori senza averne alcuno, inoltre, può essere concepito come un rischio ma, nel caso di Pompei, diventa l’occasione per l’autore di giocare con il lettore; tradendo il suo sguardo inducendolo a non capire quale sia l’origine di ciò che sta leggendo. I personaggi fanno davvero parte di un fumetto? O sono parte di quelle iscrizioni sui muri della città campana che loro stessi creano? L’approccio grafico di Santoro mescola gli orientamenti del lettore per indurlo a chiedersi dove finisca o inizi un piano visivo, non solo nel suo libro ma in qualunque altra opera visuale.

LA PRATICA: DI AMORE, NOBILTÀ E PARTENZE 

A fronte di una questione tecnica di difficile analisi, che rende forse la comprensione totale del fumetto un po’ ostica per i meno avvezzi, la parte narrativa e più pratica di Pompei è decisamente più lineare, semplice, “facile” in tutti i suoi significati (che restano in ogni caso comunicanti e collegati con la parte teorica del tutto). La storia del giovane aspirante pittore Marcus, del suo amore, del suo futuro lavoro a Roma, del sentimento di lontananza verso la sua città d’origine si scontrano con l’ineluttabilità della natura, andando a scomparire e ridursi in cenere o forse a mescolarsi con quelle memorie visive, grafiche e illustrative che erano il suo lavoro. Marcus e tutte le persone che lo circondano diventano un ricordo probabilmente mai più rivivibile o addirittura visibile, una testimonianza mancante di una vita passata a incastrare ricordi su tele e muri.

Una storia cerimoniale, liturgica, rispettosa e follemente innamorata che rievoca e celebra uno dei posti più fondanti del nostro patrimonio storico che forse noi italiani abbiamo troppo dimenticato e lasciato al giudizio inesorabile dell’incuria ma che, forse, può aiutarci ad accorgerci maggiormente di ciò che Pompei, come città, rappresenta tanto per noi quanto per ogni cittadino del mondo.

Foto di Pietro Badiali

Luca Parri

Lettore, giocatore, spettatore e ascoltatore. Spesso mi chiedo perché sono fuori corso all'Università.

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