Recensione: Punisher – The Platoon, a proposito di Garth Ennis parte 2

Editore Panini Comics
Autori Garth Ennis (sceneggiatura) e Goran Parlov (disegni)
Prima pubblicazione Dicembre 2017 – Aprile 2018
Prima edizione italiana Giugno 2018
Formato 17 x 26 cm
Numero pagine 136 a colori

Prezzo 16,00 euro

Per recuperare la prima parte di “A proposito di Garth Ennis” dedicato a Jimmy’s Bastards cliccate qui.

Vedete non si tratta solo della guerra e di quel che abbiamo perso, e nemmeno solo del paese. Si tratta degli uomini che tornarono a casa.

MATRIMONI FELICI

Ci sono matrimoni meravigliosi e di natura diversa nel mondo del fumetto. Tra disegnatore e inchiostratore, tra disegnatore e colorista, tra sceneggiatore e disegnatore (ci torneremo dopo) e tra autore/sceneggiatore e personaggio. Magari questi matrimoni avvengono quando una casa editrice (Marvel) affida ad un autore già ampiamente affermato e con un stile fortemente personale (Garth Ennis), uno dei suoi personaggi di culto (Il Punitore), di fatto in un momento di appannamento (il Punitore trasformato in angelo vendicatore dalle schiere celesti…).

Da più di quarant’anni nella storia editoriale della Casa delle Idee ci sono stati esempi illustri di gestioni rivoluzionarie per longevità e qualità assoluta: Chris Claremont con gli X-Men, Frank Miller con Daredevil (e in seguito Bendis), Walt Simonson con Thor, Byrne e poi Hickman con i Fantastici Quattro, Brubaker con Capitan America… Ma forse uno dei matrimoni più felici e indiscussi per rapporto durata/rivoluzione/eccellenza è stato quello di Peter David con Hulk.

Una gestione incredibile (ehm) durata più di 10 anni – con innumerevoli ritorni – dove l’autore ha fatto suo il personaggio, immergendolo in ossessioni personali, rivoluzionandone lo status quo e rafforzandone la mitologia. Per farla breve: ci sarà sempre un prima e un dopo Peter David nella vita editoriale di Hulk. E, sicuramente, ci sarà sempre un prima e un dopo Garth Ennis nella vita editoriale del Punisher.

WHAT A WONDERFUL ELSEWORLD

Il Punitore, the Punisher, Frank Castle, Francis Castiglione: figlio diretto degli USA anni 70, del post Watergate, del post Vietnam. Sono anni in cui in America soffia fortissimo un vento di antieroismo, al cinema come nella letteratura. Creato dal veterano Marvel Gerry Conway e nato come comprimario sulle pagine di Amazing Spiderman nel ‘74, il Nostro farà presto breccia nel cuore dei lettori.

Nei decenni successivi autori fondamentali come Mike Baron, Steven Grant, Carl Potts, il duo inglese Abnett & Lanning e soprattutto Chuck Dixon, lasceranno un segno indelebile nella storia del personaggio e la sua avventura editoriale è nota fra gli appassionati. Ma nessuno farà meglio di Ennis. Ecco, Ennis sul Punitore ha avuto lo stesso approccio radicale e senza precedenti di David su Hulk, ma con un doveroso distinguo.

Peter David è stato, al pari dei grandi nomi citati prima, un abile architetto della Casa delle Idee pienamente innamorato della materia supereroica: la sua gestione del Golia Verde è stata sì rivoluzionaria, ma perfettamente in continuity con l’universo Marvel. La direzione di Ennis su Castle – e non poteva essere altrimenti- sarà invece libera e fieramente selvaggia, scevra da ogni Comicscode e gabbia narrativa.

Dopo un primo memorabile incontro nel 1995 (il bellissimo one-shot Punisher kills the Marvel Universe) Ennis incrocia nuovamente la strada col personaggio alla fine del millennio, grazie al tandem artistico di Joe Quesada e Jimmy Palmiotti, sotto i quali nasceranno le collane Marvel Knights e MAX. Sotto queste due etichette elseworld (letteralmente “altromondo”, ovvero storie slegate dall’universo narrativo e da  relativa continuity; in realtà Marvel Knights non lo è, né nasce come tale, ma sotto Ennis di fatto lo diventa…) l’autore avrà totale libertà creativa, riuscendo a sfruttare ogni potenzialità esplosiva del personaggio: in una serie più giocosa e grottesca sotto la linea Marvel Knights (perlopiù a fianco del sodale Steve Dillon) e in quella assolutamente seria e hard boiled sotto l’etichetta MAX (con disegnatori dal tratto più oscuro e realistico).

E proprio sul Punisher Max Ennis arriva alla sua piena maturità espressiva d’autore, raggiungendo vette assolute. In circa dieci anni lo scrittore sembra dire tutto sul personaggio, ne scandaglia la psiche contorta e arriva a raccontarne Genesi (l’epocale Born in coppia col fido Darick Robertson) e addirittura Morte (The End, distopica storia futuristica disegnata dal leggendario Richard Corben). La follia di Castle, il demone della guerra che alberga in lui, il rapporto con Nick Fury, la dipendenza omicida: in mano ad Ennis tutto viene trattato con un’incisività e un vigore da mozzare il fiato.

Praticamente impossibile fare meglio dello scrittore dell’Ulster. Praticamente superfluo cercare di dare un seguito e una conclusione al suo ciclo di storie (ne sa qualcosa l’ottimo Jason Aaron, autore solitamente gigantesco che però proprio sul Punitore, cercando di chiudere la “continuity ennisiana MAX“, sembra spersonalizzarsi risultando assai meno efficace). Ma che cosa ha il Punisher da elettrizzare tanto Ennis?

– Non… Non starà cominciando a piacerti, eh?
– Certo che no. Ma… risponde a qualcosa dentro di me , tutto qui.

Semplicemente Frank Caste è un uomo, un uomo solo condannato alla sua ossessione. E a differenza degli altri personaggi Marvel con super poteri e super problemi, lo scrittore occupandosi dell’Uomo può raccontare al meglio la sua ferma follia. Come afferma lo stesso Ennis in un’intervista del 2007, Castle “vede il mondo in termini di bianco e nero, risolve i propri problemi con assoluta finalità […] La sua risposta a qualsiasi problema: in caso di dubbio, colpire forte”.

Non c’è nient’altro, O meglio, c’è molto di più: perché Castle ha attraversato un pezzo oscuro e sofferto di Storia Americana e (insieme a Nick Fury) diventa il personaggio attraverso il quale lo scrittore nordirlandese (ormai naturalizzato newyorchese) non solo traduce superbamente in fumetto alcune delle sue tematiche ricorrenti (la violenza fra gli uomini, l’avversione per lo Stato, i poteri corrotti, l’amicizia tradita) ma riesce a teorizzare le contraddizioni dell’America moderna come e più che in altre sue opere. Non si limita (solo) a giocare col personaggio, ma ne fa veicolo per affrontare di petto le origini della violenza congenita nel Sogno Americano.

Sotto la linea Max, Ennis tratta (ancora) della eterna questione Irlandese (Massacro all’irlandese), mostra squarci del conflitto afghano (L’uomo di Pietra) o echi della guerra fredda (Madre Russia). Ma soprattutto, attraverso il passato di Castle, lo scrittore affronta una della macchie più indelebili della Storia Americana: il Vietnam.

Sa, una cosa che non ho mai capito è questa idea di un’America innocente che hanno quelli come lei. Quando mai siamo stati innocenti?

Ennis crede nel fumetto. E utilizza il medium non solo per ridare dignità al racconto bellico, ma perché crede che col fumetto di guerra si possa dare un senso al mondo. O quantomeno provarci. Attraverso Frank Castle, l’autore affronta appieno il dramma vietnamita (solo lambito precedentemente in altri suoi lavori, come Unknown Soldier o Preacher) con la stessa forza e spietata lucidità dei suoi racconti di guerra migliori (spesso ambientati durante i due conflitti mondiali).

L’ultimo incontro tra Ennis e il Punitore era avvenuto con la miniserie capolavoro Fury – My war gone by (in Italia pubblicate da Panini in due volumi, Guerre perdute e Guerriero Freddo), sempre per i disegni di Goran Parlov e sempre sotto l’etichetta MAX; Castle appariva come comprimario in una sequenza indimenticabile (in Vietnam, ça va sans dire). Tutto questo tra il 2012 e il 2013. Poi più nulla. Forse il commiato definitivo.

Ma nel corso del 2017 la grande notizia: il ritorno dello scrittore irlandese su Frank Castle. Un altro racconto di guerra. Un altro episodio della sporca battaglia vietnamita. La storia raccontata dai reduci del quarto plotone, compagnia Kilo, terzo battaglione del ventiseiesimo reggimento dei marine. In altre parole, il primo comando di Frank Castle.

BENTORNATO FRANK. BENTORNATO GARTH.

Ideale terza parte (anche se racconta un Frank mai così giovane) di una trilogia che approfondisce il passato di Castle durante il conflitto vietnamita,  dopo il già citato Born e Valley Forge Valley Forge, è in questo The Platoon che Ennis compie il salto decisivo da narratore: così come David scelse di “prendere le sembianze” dello psicologo Doc Samson nel suo fine scavo interiore di Hulk/Bruce Banner, Ennis da semplice narratore “diventa” Michael Goodwin, scrittore di “war tales” e fratello di quello Stevie Goodwin soldato semplice presentato in Born (non è un caso che già dalla terza vignetta del primo capitolo l’autore ricorra alla soggettiva). Ossessionato dalla figura del Punitore, cercherà di scoprire e raccontare la vita dell’uomo prima che diventasse Punisher. Perché se Goodwin “non ha fatto che scrivere la fine, non è lui che ha scritto la storia”.

Sa che cos’era? Erano soltanto affari loro.

Ci sono delle costanti nei fumetti di guerra scritti da Garth Ennis: la totale assenza di onomatopee, il sovente utilizzo di vignette orizzontali, l’alternanza sublime di didascalie/pensiero e balloon/dialogo o l’utilizzo sopraffino del primo piano (talvolta per introdurre un personaggio o talvolta per mostrarcelo in un momento rivelatorio). E anche stavolta l’autore non tradirà il suo stile: anzi con una radicalità e maturità espressiva commoventi lo porterà addirittura a un livello più alto.

Le vignette orizzontali, mai assidue come questa volta, rendono l’implacabile lentezza di un’attesa o lo spossante e straniante incedere dell’azione guerresca; Ennis ci guida con somma e delicata maestria attraverso fumosi campi di battaglia, in momenti di tesa veglia notturna, nella calura di una giungla ostile o in un tranquillo bar di New York. Dialoghi musicalmente secchi, frammentati, accavallati, resi ancora più vivi dalle pause di riflessione, dalle ripetizioni, da ripensamenti e esitazioni: Ennis non è mai stato così realistico negli scambi dialogici, così mostruosamente abile nel rendere dinamiche fra esseri umani.

In questo ritmo anomaIo, improvvisi stacchi di montaggio ci catapultano in mezzo all’azione e questa volta la violenza urlata altrove nelle sue opere è (quasi) sempre fuori campo, tranne in qualche inevitabile esplosione di ferocia: contano i personaggi, gli uomini, le loro azioni, le loro relazioni e spetta al lettore riempire vuoti, i silenzi, gli indugi. Perché in guerra, come in amore, ci sono scambi, momenti, sguardi che non si possono mostrare o raccontare. Attimi di cruda intimità, parole sussurrate, istanti definitivi davanti ai quali è giusto mantenere un sacro rispetto.

ALL YOU NEED IS PARLOV

Si parlava di matrimoni felici. Abbiamo accennato a quelli tra autore e disegnatore: se per il primo ciclo più dissacrante sotto l’egida Marvel Knights  Ennis si avvale perlopiù dello storico compagno Dillon, sotto l’etichetta Max si affiderà a disegnatori dal tratto più realistico (gli ottimi Leandro Fernandez Doug Braitwhite e Lewis Larosa). Ma un nuovo sodalizio definitivo sarà con il croato Goran Parlov.

Artista tra i più abili in circolazione, Parlov ha contribuito a rendere maestosamente e definitivamente le icone grafiche di Frank Castle e Nick Fury. Insieme a Ennis ha inoltre co-creato uno dei personaggi più indimenticabili nella storia del Punisher e del fumetto mainstream americano degli ultimi anni: il gigante nero Barracuda, ex berretto verde,  mercenario/gangster perverso e imprevedibile, al tempo stesso divertente e terrificante.

Parlov in Platoon, come Ennis sembra ancora più essenziale nello stile: ancora un volta ci ricorda di essere un Maestro della nona arte, abilissimo come pochi a delineare i diversi personaggi, a mostrare il segno del tempo sui loro volti e sui loro corpi; unico nel rendere la scintilla di vita nei loro occhi stanchi, terrorizzati, placidi, sorpresi, stupidi, pacificati. Possiamo percepire la loro spossatezza, la rabbia, il vuoto che li circonda. Nessun dettaglio grafico è lasciato al caso.

E insieme ad Ennis ci regala nuovamente almeno due nuovi personaggi magnifici : l’ufficiale superiore nord-vietnamita Letrong Giap e Sorella LyQuang, unico e straordinario personaggio femminile della vicenda. I due nella storia sono il perfetto rovescio della medaglia della controparte americana: i loro pensieri, i loro dubbi, le loro speranze, i loro sbagli non sono così diversi da quelli dei nemici che combattono (in un contrappunto narrativo che ricorda il capolavoro bellico di Jason Aaron, la bellissima The Other Side, graphic novel ispirata dai racconti del cugino di Aaron, quel Gustav Hasford autore di Born to Kill da cui Kubrik trasse Full Metal Jacket).

IL VOLUME

La miniserie viene raccolta e pubblicata da Panini in un elegante volume cartonato, con il logo MAX ben visibile sulla costina. E’ la prima volta che la casa editrice modenese pubblica una storia del Punitore nel  formato “Marvel Collection” e la resa è davvero ottima. Da segnalare in appendice le 4 copertine variant per il primo numero della mini, dove spicca quella particolarissima e esilarante ad opera del grande Chip Zdarsky

Per dare un’occhiata ravvicinata al volume vi invitiamo a guardare il nostro C4 Comic News dal canale YouTube dove The Platoon apparte tra i migliori fumetti del mese.

This is the end… My only friend, the end (?)

Magari fra altri 10 anni le strade di Ennis e il Punitore si incroceranno ancora: dopotutto le relazioni migliori, i grandi matrimoni, funzionano anche grazie a saltuari momenti di distacco. Ma se ciò non accadesse, l’ultimo polveroso saluto in lontananza da un elicottero sarà un commiato abbastanza forte da riempirci per sempre gli occhi e da spezzarci il cuore. Una “semplice” tavola diventa un’istantanea folgorante, il ricordo infinito di ciò che avrebbe potuto essere un uomo.

CONCLUSIONI

Ennis ci ha fatto ridere con Frank Castle. Ci ha fatto inorridire. Ci ha sinceramente shockati. Ma non pensavamo arrivasse a farci commuovere.

C4 MATITE:

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