Tank Girl, una tipa fuori di testa

Chiunque sia stato, è un uomo morto. Lo era già nel momento in cui mi ha messo gli occhi addosso!

SIGNORE E SIGNORI…

Immaginate un tiro di bong della miglior erba che potreste fumare. Inizialmente vi sentirete confusi, storditi, un po’ spaesati. Chiudete un attimo gli occhi, riprendete il respiro, fate mente locale, dimenticate tutto il resto. Riaprite gli occhi. Vi sentirete un po’ più rilassati, in agio con voi stessi. Il tempo sembra rallentare e le piccolezze della vita quotidiana paiono non avere più senso. Tutto ciò che conta è il presente, la vita che scorre adesso davanti ai vostri occhi. Ne siete partecipi e ne siete al tempo stesso spettatori. Quella che vi travolge è una sensazione inebriante, folle, allegra, carica di spensieratezza. I problemi della vita non possono nulla contro di voi, mentre le vostre possibilità sono infinite. Sorridete, e sapete che tutto può accadere. Sfogliare le pagine di Tank Girl, più o meno, è la stessa cosa.

DI COSA STIAMO PARLANDO?

L’opera, nata dalla penna di Alan Martin e dalle matite di Jamie Hewlett, viene concepito negli anni novanta come una specie di manifesto culturale punk, che ricalca parecchio le atmosfere del genere underground. È un fumetto che nasce con lo scopo di essere esagerato, di superare ogni limite imposto dal buonsenso, dalle regole della narrativa classica e dalla morale più ferrea e vetusta.

Tank Girl vuole divertire e raccontarsi senza puntare ad un particolare obiettivo. Esiste, e nella sua essenza riesce perfettamente ad esprimere se stesso. I generi e i sottogeneri sotto cui si può etichettare sono mere gabbie a scopo informativo che non riuscirebbero a rendere bene l’idea di cosa è effettivamente questo fumetto; tuttavia, una metafora valida che al momento mi viene in mente per aiutarmi a rendervi quest’idea è strettamente legata al disegnatore originale di questa saga, il sopracitato Hewlett. Forse alcuni di voi già conosceranno questo nome, altri invece molto probabilmente potrebbero aver visto i disegni di quest’artista ignorandone l’autore.

I’M HAPPY, I’M FEELING GLAD I’VE GOT SUNSHINE

Ebbene, il disegnatore londinese è il character designer dei Gorillaz. I singolari personaggi di questa band virtuale richiamano l’aspetto dei personaggi di Tank Girl, e il loro aspetto semplice, grezzo, quasi scimmiesco, è stato ciò che inizialmente mi aveva attirato alla lettura del fumetto. Ma il punto non è questo. Come dicevo prima, Tank Girl è difficile da categorizzare, e i personaggi della band di Demon Albarn ne sono un esempio parallelo ben più noto a cui fare riferimento. Insomma, i Gorillaz sono difficilmente paragonabili a qualcos’altro. I Gorillaz sono i Gorillaz, la loro musica sfocia in più generi, ma la loro identità è unica.

Tank Girl è così. Unica. È una ragazza con la testa rasata a zero, con pochi ciuffi di volta in volta acconciati in maniera assurda e di un colore diverso, che vive in un mondo matto che pare quasi post-apocalittico. Avete presente Mad Max? Ecco. Solo che le vicende sono ambientate nell’Outback australiano, almeno nelle prime storie. E un altro piccolo dettaglio è che la nostra ragazza, anziché andarsene in giro con un bolide qualsiasi, va in giro con un carro armato, da cui il soprannome.

DIO LI FA E POI LI ACCOPPIA

Tank Girl è una tipa inarrestabile, pericolosa, imprevedibile. Sin dai primi numeri abbatte la quarta parete e dialoga col narratore stesso, sconvolgendo le regole classiche della narrazione. I suoi obiettivi, la sua identità, la sua ragione d’essere ci sono ignote: può essere il mero divertimento come può trattarsi della salvezza del mondo. Gli eventi in cui si ritrova coinvolta sono sempre assurdi, sorprendenti, grotteschi e divertenti, e i suoi compagni non sono da meno.

Dopo pochi numeri, infatti, vediamo venire introdotta la figura del fidanzato Booga Bukowski. Il canguro antropomorfo mutante è un individuo apparentemente con la testa fra le nuvole, tranquillo, di buon cuore, ma scaltro quando vuole ed incline anche a seguire la goliardia della sua compagna senza pensarci due volte. Insomma, due anime gemelle che non potevano fare a meno di ritrovarsi assieme nel letto. È una controparte che man mano riesce a scavarsi uno spazio fondamentale nel cast, a cui si aggiungono altri personaggi quali Sub Girl, Jet Girl, Barney la psicotica, Alan Martin e Jamie Hewlett che fanno dei cameo, e Jackie detta Boat Girl. Sono l’A-Team della nostra protagonista, e la accompagnano spesso e volentieri nelle sue disavventure.

UN BREVE RIASSUNTO DELLA STORIA EDITORIALE

Le storie della serie spesso sono autoconclusive. I primi quattordici albi della testata originale, la dose più pura ed originale di Tank Girl, sono contenuti in tre volumi da collezione pubblicati da Panini Comics Italia in agili volumi brossurati. Ad essi sono seguiti un film dimenticabile che ha sì contribuito, a suo modo, a dare maggiore fama al personaggio ma in maniera poco piacevole, e un fumetto tratto dal film che è ancor più brutto, tant’è che a scriverlo non è la coppia Martin-Hewlett, e la differenza si vede: i toni sono quelli banali delle classiche storie d’azione, e non hanno nemmeno il sapore delle storie di Tank Girl.

Un contratto con la Vertigo Comics costringe il duo a consentire di pubblicare comunque altre storie che si rivelano decisamente migliori, ma non superlative: si tratta dei cicli brevi Odyssey, illustrate da Hewlett ma scritte da Peter Milligan, e Apocalypse. Sono due storie che hanno un forte retrogusto della run originale, innegabilmente, e sono buone letture, ma ancora non ci siamo. Il ritorno, l’illuminazione nonché la Verità sopraggiungono quando a ritornare a scrivere, stavolta per la Image Comics e la Titan Books, è Alan Martin. È lui infatti colui che più di ogni altro individuo è capace di raccontare le storie del nostro personaggio.

I cicli di storie che verranno pubblicati da qui in poi infatti sono eccellenti e notevoli. Gli artisti che si affiancano a Martin sanno il fatto loro e riescono a ricreare a modo proprio le atmosfere che mi hanno fatto adorare i primi numeri. Alcuni cicli tuttavia possono risultare un po’ troppo sperimentali esteticamente per alcuni, come nel caso di Solid State Tank Girl o Carioca. Le altre storie invece in genere hanno toni più classici, disegnati sullo stile di Hewlett, come nel caso di quelle realizzate da Rufus Dayglo o Ashley Wood. Se volete approcciarvi a questo fumetto, vi consiglio di partire dal principio con Tank Girl Vol. 1, ma se preferite qualcosa di più “moderno”, vi consiglio alternativamente Visions of Booga. Non vi pentirete in entrambi i casi. Pace a tutti.

Ridam Rahman

Celebre scrittore di fama locale, nonché modesto megalomane. Attingendo alle forze dell'occulto ha ottenuto il titolo di dottore in Informatica alla Sapienza. Nel tempo libero adora leggere libri e fumetti, guardare film e serie tv, e giocare ai videogiochi. Ogni tanto si cimenta nella scrittura di racconti; ancor più di rado prova a dedicarsi allo sviluppo di videogiochi. La sua passione segreta è scrivere di sé in terza persona.

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento